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Adolescenti, i consigli per intercettare il “percorso del suicidio”

Non è quasi mai un gesto di impulso, ma meditato da almeno tre mesi. E si sviluppa in sette tappe

Se ne parla poco, è ancora un tabù in molte famiglie e ambienti, ma si porta via, ogni anno, decine di ragazzi ed è la seconda causa di morte fra i giovani e i giovanissimi. In Italia come nel resto del mondo, come spiega l’Oms che ha condotto ricerche specifiche.
Parliamo del suicidio fra adolescenti, prevalentemente nell’età fra i 15 e i 24 anni (perché fino a questa età va l’adolescenza).
Di questo delicato e drammatico argomento ha parlato l’avvocato Maura Lanfranco durante il primo incontro, organizzato on line sul palinsensto Primafila sulla piattaforma di Astigov moderato dalle dirigenti Maria Stella Perrone di Asti e Matelda Lupori di Nizza.
«Bisogna conoscere bene di cosa parliamo quando trattiamo l’argomento e dobbiamo sapere che esistono tre adolescenze: quella che va dai 10 ai 14 anni, dai 15 ai 18 anni e dai 18 ai 25 anni. Quella centrale è caratterizzata da processi di lutto per la perdita della stabilità corporea e del riferimento prevalente delle figure genitoriali. Per questo, ogni volta che ci troviamo di fronte a manifestazioni di ribellione di un adolescente, dobbiamo capire che sta vivendo un profondo disagio, con un malessere vero che non va sottovalutato e che deve essere trattato come si tratta una persona sofferente».
E non va confuso neppure con la devianza o il disadattamento. Importante, in questa fase, è monitorare i segnali che l’adolescente invia e tenersi pronti a fornire aiuto.
Perché altrimenti il suo disagio potrebbe seriamente originare in propositi suicidari.
«L’adolescente si sente come in un tunnel dove, alla fine, trova la scelta fra vita e morte. E visto che non ha l’esatta percezione di cosa sia la morte, soprattutto non si rende conto che non si torna indietro da essa, non deve aver paura di chiedere aiuto a chi gli sta intorno, famiglia o scuola che sia» ha detto l’avvocato Lanfranco.
Che afferma una drammatica realtà: il suicidio non è quasi mai un gesto estremo spontaneo e di impulso.
«Gli esperti dell’Oms hanno calcolato che mediamente passano tre mesi da quando un adolescente pensa al suicidio a quando lo mette in pratica, e nel frattempo percorre il cosiddetto “sentiero del suicidio” che si divide in sette tappe: l’idea vaga, il pensiero di morte ripetitivo, l’impossibilità di toglierselo dalla mente, il desiderio forte di provarla, il passaggio ai pensieri reali di suicidio, la pianificazione e, infine, l’atto estremo».
Dunque famiglia e scuola hanno tre mesi per intercettare i segnali di disagio dell’adolescente ed evitare che i suoi pensieri si concretizzino in un gesto senza ritorno.
Come? «Fin da quando sono piccoli, i figli vanno accompagnati, guidati, educati ma rispettati nelle loro piccole scelte e nelle loro inclinazioni. Mai imporre quello che riteniamo meglio per noi senza tener conto delle loro personali necessità – suggerisce l’avvocato Lanfranco – e poi si deve sempre cercare un dialogo aperto e franco che non si deve mai interrompere . Altro consiglio è quello di non consentire ad Internet e ai social di riempire i loro vuoti perché se è vero che la rete è uno straordinario contesto di vita per i nostri ragazzi, è anche pieno di insidie e di rischi. E un ragazzo che già pensa al suicidio come soluzione al suo malessere, in rete trova tantissimi blog e community che non fanno altro che assecondare il suo proposito».

Daniela Peira

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