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Cronaca
25 Novembre

Asti, il maresciallo Jessica e i racconti delle donne vittime di maltrattamenti

Originaria di Callianetto, è fra coloro che alla stazione carabinieri di Asti raccoglie le denunce di violenza. E quando torna a casa scrive per ritrovare la serenità necessaria ad affrontare il caso successivo

Indossa il suo sorriso rassicurante, si toglie la giacca dell’uniforme per mettere maggiormente a proprio agio la sua interlocutrice e, alla fine della giornata, “scarica” le emozioni negative su un quaderno per potersi ripresentare, il giorno dopo, nelle stesse condizioni di serenità a prendere altre denunce.
Una “routine” professionale ed emozionale quella che il maresciallo Jessica Trova, 35 anni, in servizio alla stazione Carabinieri di Asti, ha elaborato per poter accogliere al meglio chi si rivolge all’Arma per denunciare un reato o per chiedere aiuto.
Come i suoi colleghi, talvolta si trova a raccogliere la deposizione di donne vittime di abusi o maltrattamenti.
«Nella caserma di Asti esiste una stanza apposita, appartata e arredata con giocattoli per i bambini piccoli se ve ne sono – dice – Un luogo accogliente per le donne che si accingono a fare il grande passo della denuncia di una violenza subita».
Ad oggi la stazione di Asti ha ricevuto 1631 denunce, in leggero calo rispetto allo scorso anno. Solo quelle di violenza sessuale sono state finora, in tutta la provincia, 61; dato stabile rispetto alle 63 dello scorso anno.
Forte di una laurea in Scienze Sociali, il maresciallo Trova, originaria di Callianetto, non nasconde la passione per il suo mestiere: «Ho sempre sognato di fare questo e sono felice di poterlo fare ora. L’Arma dei Carabinieri ha investito molto nella formazione di chi raccoglie denunce di violenza domestica. Ma nessuno di noi marescialli è solo: siamo un anello di un’ampia rete che, grado per grado, arriva fino al Comando generale e poi al Racis che  raccoglie tutte le denunce e in cui ognuno è competente per il suo segmento e in grado di aiutare gli altri».
Fra le “accortezze” quella di far seguire la vittima sempre dallo stesso maresciallo che ha raccolto la denuncia, anche negli atti successivi che fanno parte dell’iter in modo da non dover far ripetere più volte quanto accaduto alla vittima già pesantemente provata.

Dunque il rapporto che esiste fra il maresciallo e la vittima non si esaurisce con la denuncia?

«Assolutamente no. Si instaura un legame che rimane anche quando le cose finalmente si sistemano e la donna ritrova la sua libertà e la sua serenità. Nel mio precedente incarico nel Varesotto ho raccolto molte denunce di donne maltrattate e ancora oggi mi aggiornano su come è cambiata la loro vita, su come sono andate avanti, sui loro figli. E proprio loro, i bambini, sono quelli che mi fanno i regali più belli: ho una collezione di disegni che regalano alla “marescialla” e i colori via via più vivi e sgargianti mi danno la conferma del fatto che sono felici e sereni.
Cosa spinge le donne a denunciare?
«La consapevolezza che quanto vivono non è colpa loro, la paura di essere uccise e di lasciare dietro i figli o il timore che il maltrattante possa far del male ai figli. Oltre a non voler trasformare i figli in vittime di violenza assistita» risponde il maggiore Trova.

Il ricordo di qualche caso particolare che ha seguito?

«Una donna con tre figli piccoli che, dopo anni di soprusi, aveva detto “basta” e aveva deciso di andarsene con i bambini. Aveva organizzato tutto ma aveva paura della reazione dell’ex marito, così si è presentata in caserma e ci ha chiesto di “scortarla” per il trasloco, in quelle poche ore utili per portarsi via la roba sua e dei figli. Così,  quel giorno, le auto dei carabinieri si sono riempite di scatoloni, giocattoli, vestiti per regalare un futuro a quella famiglia».

 

 

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