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Cronaca
Tribunale

Asti, padre condannato per violenza nel processo bis dopo l’errore dei giudici

Oggi la figlia ha ritirato sia la denuncia che la costituzione di parte civile: «Troppo dolorosa questa vicenda»

Si è concluso poco fa il processo bis su un brutto caso di violenza sessuale di un padre nei confronti della figlia. Sul banco degli imputati sia l’uomo che la moglie, madre della ragazza, accusata di non aver difeso la figlia quando questa le confidò le attenzioni del padre.

Il pm Masia aveva chiesto per entrambi la condanna a 9 anni; il collegio presieduto dal dottor Giannone con i giudici Bertelli e Dematteis ha mandato assolta la madre e ha condannato il padre a 7 anni di reclusione.

Non è la prima volta che arriva una sentenza per questo stesso processo: nel dicembre del 2019 un altro collegio aveva già riconosciuto la colpevolezza dell’uomo (e della moglie) e aveva inflitto oltre 11 anni di pena ma tutto venne annullato perchè si trattò del processo scandalo in cui il presidente lesse la decisione prima che il difensore dell’imputato facesse l’arringa.

Quella sentenza venne annullata dalla Corte d’Appello che riportò tutto ad Asti davanti a tre nuovi giudici. Non si è rifatto tutto il processo, solo la discussione, questa volta completa.

Ma prima di essa c’è stato un piccolo colpo di scena.

La ragazza, che nel primo processo si era costituita parte civile, ha deciso proprio nella giornata di ieri, di ritirarsi dal procedimento e di ritirare la querela. Decisione che non basta per fermare il processo, visto che si tratta di un reato grave procedibile d’ufficio, ma che oggi nessuno si aspettava.

E’ stata lei stessa, in aula, a spiegare le ragioni al giudice Giannone: «Io voglio andare avanti con la mia vita, questa vicenda giudiziaria per me è un peso insopportabile. Ora lavoro, vivo con un ragazzo che amo, ho riallacciato i rapporti con mio padre e mia madre e voglio lasciarmi tutto alle spalle. Non ho la forza di affrontare un altro processo e di raccontare un’altra volta cosa sia successo». Ma alla domanda specifica del presidente se conferma i fatti che aveva denunciato, lei è stata decisa: «Sì, quello che ho raccontato è accaduto. Solo che ho perdonato mio padre».

Si riferisce ai capi d’accusa, quelli che riportano gli approcci “spinti” del padre durante i suoi permessi premio dal carcere, sul divano della cucina del piccolo appartamento in cui la ragazza viveva con la madre e un fratello che hanno detto in aula di non essersi mai accorti di nulla.

Di diverso avviso l’imputato e la sua difesa che hanno sempre sostenuto come quelle accuse fossero false, dettate solo dalla severità del padre nel non volere che la figlia, allora minorenne, si recasse da sola a Parma per  incontrare l’allora fidanzato. E le aveva impedito anche di frequentare una sorella della madre invischiata in vicende di droga.

«Mi vergogno come padre ad affrontare un processo del genere – ha detto l’imputato durante alcune dichiarazioni spontanee – perchè è vero che ho fatto tanti errori nella mia vita, ma non questo e per gli altri ho pagato il mio conto con la giustizia. Non so perchè mia figlia mi rivolga queste accuse, sono totalmente false, dettate solo dalla rabbia che aveva nei miei confronti perchè gli impedivo di andare dal fidanzato. Negli stessi periodi in cui ha detto che approfittavo di lei, veniva sempre in carcere ai colloqui e mi scriveva lettere piene di affetto. Anche oggi abbiamo riallacciato i rapporti, ci vediamo, ci telefoniamo, vado a cena a casa sua, lei a casa nostra. Sono stato dipinto come un pedofilo ingiustamente – ha continuato l’uomo – sono anche stato minacciato di morte per l’accusa che mi è stata rivolta, eppure io non ho fatto nulla di quello che c’è scritto negli atti. Nonostante questo non porto alcun rancore a mia figlia. Le voglio bene, è sangue del mio sangue».

Il suo difensore, l’avvocato Silvia Merlino, ha già annunciato ricorso in appello. Soddisfazione invece è stata espressa dall’avvocato Masoero, difensore della moglie assolta.

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