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Asti, tre imputati del processo Barbarossa: «Mai saputo che ci fossero ‘ndranghetisti»

Caruso nega sia l'estorsione che la rapina mentre Giacosa spiega perchè si rivolse agli Stambè per il recupero crediti. La sorprendente deposizione di Gherlone

Udienza fiume

E’ finita poco fa la lunga udienza di oggi, la prima dopo la pausa estiva, del processo Barbarossa. Tornato nelle aule del tribunale di Asti, al banco dei testimoni si sono alternati i primi tre imputati che hanno deciso di rendere l’esame e di sottoporsi al fuoco di fila di domande di pm, difensori e dei chiarimenti chiesti dai giudici (collegio presieduto dal dottor Giannone con i giudici Dovesi e Bonisoli).

«Ho solo fatto un favore ad un anziano derubato»

Il primo a parlare è stato Sandro Caruso, accusato di estorsione e rapina. Il suo coinvolgimento nell’estorsione risale a quando Salvatore Stambè andò a minacciare un ladro del paese per convincerlo a restituire il maltolto ad un anziano. Della vicenda Caruso si era interessato perchè amico della vittima del furto e della figlia e si era prestato per far riavere i macchinari che erano stati sottratti con la scusa di inviarli al rottamaio. Ma Caruso, pur ammettendo di essersi prestato per amicizia e compassione del 90enne con cui era amico e pur ammettendo di aver portato Stambè a casa del ladro, ha dichiarato di non aver assistito a quanto si erano detti questi ultimi due in quanto lui era rimasto in auto a una trentina di metri. Per quanto riguarda la rapina, poi, ha respinto sdegnosamente l’accusa dicendo che quel giorno era andato a portare uno dei figli a Malpensa e al ritorno ha mangiato la pizza con la famiglia: «Se gli inquirenti fossero venuti a casa mia nei giorni seguenti avrei potuto esibire lo scontrino della pizza e sarebbe finito tutto lì. Invece sono anni che il mio nome e quello della mia famiglia è ingiustamente coinvolto in una vicenda che non mi riguarda. Ho fatto carcere e arresti domiciliari per aver aiutato un anziano e per non aver commesso per niente un altro fatto».

Denuncia minacce

Sostenendo anche di sentirsi minacciato proprio per le sue dichiarazioni in indagini e in aula che andavano contro il gruppo dei principali imputati accusati e condannati perchè “comandavano loro in paese”.

Gherlone, imputato e parte offesa

Altra testimonianza molto importante è stata quella di Pierpaolo Gherlone, noto commercialista astigiano con una brillante carriera politica e guai recenti con la giustizia. Nell’inchiesta Barbarossa Gherlone entra attraverso la sua presidenza dell’Asti Calcio poi ceduto ai Catarisano e per il suo impegno nell’assunzione di Rocco zangrà, coimputato e referente piemontese di alto spessore della ‘ndrangheta calabrese.

Gherlone ha spiegato tutti i passaggi riguardanti i passaggi di proprietà della società di calcio e ha detto che Zangrà per lui era uno sconosciuto presentato da Catarisano come un amico che aveva bisogno di un posto di lavoro per poter godere dei benefici della misura preventiva.

Collaboratore contro Renatino Macrì

Grande attenzione dei presenti alle sue dichiarazioni quando ha rivelato che, negli stessi mesi, ha ricoperto una duplice veste davanti all’autorità giudiziaria. «Mentre per questo processo venivo accusato di fiancheggiare la ‘ndrangheta – ha detto – nell’ufficio accanto la polizia giudiziaria mi trattava con i guanti perchè sono stato un collaboratore nell’ambito di un’indagine sull’usura praticata dalla ‘ndrangheta in Piemonte». Indagine che ha in Renato Macrì il suo principale imputato. La vicenda risale a quando, a causa di un precedente arresto, a Gherlone vennero sequestrati tutti i suoi beni (stimati in oltre 2 milioni e mezzo di euro) e lui non poteva più far fronte alle spese per l’Asti Calcio e, in particolare, non poteva versare i 50 mila euro per l’iscrizione al campionato di Serie D. Si rivolse ad un amico per un prestito di 65 mila euro e questi, a sua volta, glieli consegnò, in contanti, in una busta di carta da pane. «Solo dopo scoprii che in realtà quei soldi erano stati prestati da Renato Macrì il quale mi chiese un interesse del 10% oltre alla restituzione dell’importo – ha detto Gherlone in aula – Io non accettai il tasso usuraio e quando la polizia giudiziaria mi contattò decisi di collaborare. Anche a rischio dell’incolumità mia e della mia famiglia. Ma io non ho mai saputo che i Catarisano fossero n’dranghetisti, nè che lo fosse Zangrà, nè che il prestito arrivasse da Macrì. Io non ho nulla a che fare con la criminalità organizzata».

Mezze ammissioni “ma ero in buona fede”

Lungo anche l’esame di Mauro Giacosa cui viene contestato di aver assoldato Michele e Salvatore Stambè per il recupero crediti a tre clienti che gli dovevano dei soldi.

«E’ vero che accettai di affidare loro l’incarico, perchè prima avevo tentato tutte le strade, compresa quella della giustizia civile, ma non ero venuto a capo di nulla, anzi ci avevo ancora rimesso dei soldi. Ma se avessi avuto sospetti sui modi con cui chiedevano il credito mi sarei tirato subito indietro – ha detto in aula – In mia presenza non ci sono mai state minacce o aggressioni fisiche. E, tanto per essere chiari, continuo ad essere creditore di tutti e tre. Solo in un caso ho ricevuto la voltura di un’auto per mia figlia in acconto ad un debito di circa 80 mila euro. Mai saldato».

L’udienza riprenderà al prossima settimana.

 

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