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Maria Teresa Novara: 50 anni dopo il suo ritrovamento, il pm Deodato le rende giustizia

Il sostituto procuratore si è ristudiata tutti gli atti di quel caso tragico e ha fatto nuovi interrogatori. Giungendo ad una conclusione importante

La sua drammatica storia

Maria Teresa Novara ha 13 anni nel 1968. E’ figlia di una famiglia di contadini di Cantarana e frequenta le scuole medie di Villafranca. Nell’inverno di quell’anno una zia, moglie del tabaccaio di Villafranca, l’accoglie a casa sua, per evitarle il viaggio ogni mattino, visto il freddo e le scomodità del tempo.

Il rapimento

La bambina dorme nell’ex deposito delle sigarette della tabaccheria ed è lì che verrà rapita il 16 dicembre, durante la notte. Con quel rapimento, o meglio “ratto a scopo di libidine” come verrà identificato dalla Procura, iniziano otto mesi di ricerche senza respiro da parte delle forze dell’ordine coordinate dall’allora giudice istruttore di Asti, Mario Bozzola.

Uno dei tanti titoli che all’epoca La Nuova Provincia dedicò al caso di Maria Teresa Novara

Le ricerche

Una corsa contro il tempo per ritrovare quella piccola vittima di uomini senza scrupoli. Una ricerca che si conclude il 13 agosto del 1969, nella cascina della Barbisa, a Canale. Lì i carabinieri di Torino arrivano per fare un sopralluogo dopo aver identificato in Bartolomeo Calleri il ladro annegato in Po al termine di un inseguimento dopo un furto avvenuto a Chieri. Con lui viene arrestato il complice di sempre, Luciano Rosso. All’identità di Calleri i carabinieri arrivano grazie ad una ricevuta trovata intatta nella tasca dei pantaloni dopo il ripescaggio del corpo ad uno sbarramento del Po.

Il ritrovamento del suo corpo senza vita

I carabinieri sono in cerca di armi e bottini, non avrebbero mai immaginato di trovare, in una botola interrata con l’ingresso mimetizzato da paglia e polvere, il corpo senza vita di quella bambina che la Procura di Asti e la sua famiglia cercano da 8 mesi. Maria Teresa è in condizioni terribili, palesemente truccata come una prostituta, morta per asfissia su un giaciglio di fortuna e qualche resto di cibo sul pavimento in terra battuta.

Otto mesi di orrori

L’autopsia rivelerà quale orrore sono stati gli ultimi otto mesi della sua vita: segregata da Calleri (che la teneva legata ad una catena) e abusata da più uomini. Per tutta quella vicenda l’unico a pagare fu Rosso che scontò una pena per il rapimento a Villafranca.

Un pm tenace che cerca giustizia

Maria Teresa non è stata dimenticata e cinquant’anni dopo a rendere onore e giustizia alla sua terribile morte è una donna che si è ritagliata del tempo prezioso per ricostruire ciò che accadde fra la data del rapimento e il ritrovamento del corpo senza vita alla Barbisa.
E’ il sostituto procuratore della Procura di Asti Laura Deodato, lo stesso pm del caso Ceste Buoninconti e dell’omicidio Bacco, tanto per citare i suoi due casi più conosciuti.
Sulla sua scrivania, a seguito della richiesta di riapertura indagini formulata da Stefano Cattaneo e Marilina Veca, autori di un libro-inchiesta sulla morte di Maria Teresa Novara, è ritornato questo “cold case”.

Laura Deodato

A distanza di 50 anni qualcuno può ancora essere incriminato?

E la dottoressa Deodato, con la straordinaria professionalità che la contraddistingue, si è avvicinata alla storia di Maria Teresa con puro spirito investigativo per capire se fosse possibile, ancora oggi, addebitare a qualcuno la responsabilità della sua morte. Con l’unico reato che ancora sussiste, ovvero l’omicidio volontario che non si prescrive mai. Perché gli altri reati che si possono ipotizzare in questa vicenda (rapimento, violenza sessuale, favoreggiamento) hanno già raggiunto il limite di prescrizione.

Ha lavorato sul fascicolo ingiallito e i reperti dell’epoca

Ha cercato e studiato il fascicolo originale ripescato dagli archivi della Procura: ingiallito e relativamente “sottile” rispetto a quanto potrebbe invece essere un caso analogo contemporaneo, costituito dalle copie in carta carbone battute a macchina, da appunti scritti a mano e da verbali e relazioni che riflettono il linguaggio investigativo dell’epoca. Dopo una ricerca non facile è riuscita a recuperare anche quel poco di reperti archiviati, costituiti prevalentemente dalle riviste e dai fumetti dati in lettura a Maria Teresa che portavano, sui margini, alcuni commenti sul suo carceriere scritti dalla bambina.

Maria Teresa in una foto dell’epoca in cui fu rapita

Ha ristudiato il codice di procedura di allora

Ma alla dottoressa Deodato non è bastato per fare un salto indietro nel tempo: ha letto e riletto tutti i ritagli degli articoli (numerosissimi) pubblicati all’epoca e, infine, ha acquisito i codici dell’epoca e si è ristudiata la procedura penale di allora.
Questo sul fronte documentale. Cui ha aggiunto una importante fase di acquisizione di testimonianze dei protagonisti della vicenda ancora in vita. Anziani e in condizioni di salute non eccellenti.
Borlengo di nuovo interrogato

Reinterrogato Borlengo, il vicino della Barbisa

Nell’ufficio del pm, al secondo piano del Tribunale di Asti, è stato a lungo sentito Antonio Borlengo, vicino di casa della Barbisa che sapeva della presenza della ragazza nella casa in cui viveva Calleri e che 50 anni fa venne già arrestato e subito liberato. Molto anziano, quasi interamente cieco, sordo, accompagnato dai figli, per ore è rimasto nell’ufficio della Deodato. Per 50 anni su di lui si sono concentrate le accuse dell’opinione pubblica: sapeva che Maria Teresa era lì e non fece nulla per salvarla.
Ma basta questo a ipotizzare un’accusa di omicidio volontario nei suoi confronti?
«No, non basta – risponde la dottoressa Deodato – L’accusa può reggere solo nei confronti di chi sapeva che alla Barbisa era segregata Maria Teresa, che sapeva che Calleri la rinchiudeva nella botola prima di andarsene, che sapeva che Calleri era morto annegato a Torino e che nessun altro si sarebbe occupato della bambina. E questa persona non è Borlengo, perché la notizia della morte di Calleri arrivò dopo alcuni giorni e lui non è detto che sapesse che la bambina era rinchiusa nel nascondiglio sotterraneo».
Borlengo è mancato qualche mese dopo essere stato interrogato in Procura ad Asti.

Il confronto con il “collega”

Un altro protagonista di questa vicenda è stato convocato dal sostituto procuratore Deodato. Si tratta di un “collega”, il dottor Mario Bozzola, procuratore di Asti in pensione che della vicenda di Maria Teresa ha fatto il caso della sua vita.
Anche lui anziano e sofferente, non si è sottratto al confronto con la giovane pm per fornirle informazioni e dati sull’indagine da lui condotta all’epoca.
«Ho molto apprezzato il lavoro di chi indagò allora – ha commentato il pm Deodato – Fu eplorato ogni aspetto della vicenda, dal rapimento agli otto mesi di ricerca di Maria Teresa fino al suo ritrovamento. Venne fatto tutto quello che si poteva fare con gli strumenti dell’epoca».

Cosa avrebbe aggiunto il Dna

L’unico aiuto che le tecnologie investigative moderne avrebbero potuto fornire allora riguarda l’analisi delle tracce genetiche per collegare le persone alla loro presenza nella Barbisa e all’abuso sessuale nei confronti di Maria Teresa. Ma da molti anni la Barbisa ha cambiato proprietari, la scena del crimine è irrimediabilmente contaminata e la violenza sessuale è un reato prescritto.
Sottolineando la tenerezza del dottor Bozzola che, lungo tutto il colloquio, ancora emotivamente coinvolto nonostante fosse passato mezzo secolo, si è sempre riferito a Maria Teresa chiamandola “la bambina”. Ancora oggi una risposta a certa stampa dell’epoca che invece la considerava già quasi donna buttandole addosso una qualche responsabilità negli abusi sessuali che dovette subire.

Sentito il medico legale dell’epoca

In questo “giro” di testimonianze è entrato anche il professor Baima Bollone, anch’egli oggi ottuagenario, ma all’epoca medico legale incaricato di eseguire l’autopsia su Maria Teresa il quale ha confermato alla dottoressa Deodato quanto riportato nella relazione allegata al fascicolo, compresa la stima delle ore di sopravvivenza in quella “tana” scavata nella terra prima della morte per asfissia.
Disinnescando anche quel terribile dubbio sul fatto che la mancanza di aria nella “prigione” di Maria Teresa fosse stata accelerata dall’otturazione delle prese d’aria esterne con dei giornali appallottolati da parte di qualcuno che, saputo della morte di Calleri e sapendo della presenza della bambina là sotto, avesse volontariamente voluto così causare il suo decesso. «Se i giornali usati fossero stati successivi all’annegamento di Calleri – commenta il pm Deodato – non sarebbe sfuggito agli attenti investigatori di allora: sarebbero stati sequestrati e sarebbero state fatte indagini in quella direzione».

Un altro titolo de La Nuova Provincia con articolo scritto da Carlo Accomasso, il cronista che seguì accuratamente il caso

L’unico che poteva essere incolpato

Dunque Calleri e la sua morte improvvisa sono gli unici responsabili della fine di Maria Teresa?
«Secondo me no – risponde la dottoressa Deodato – Dalla lettura degli atti l’unico cui forse si poteva addebitare la responsabilità della morte della bambina era Luciano Rosso, il complice di Calleri nel rapimento di Maria Teresa nella casa degli zii a Villafranca (per il quale venne riconosciuto colpevole, venne condannato e scontò la pena n.d.r.). Rosso era anche il “socio” di Calleri nei furti e nelle loro scorribande. E’ stato riconosciuto colpevole del rapimento, quindi sapeva che Maria Teresa viveva alla Barbisa da dove partivano sempre per andare a fare i loro “colpi”. E’ molto probabile che conoscesse l’abitudine di Calleri di rinchiudere la bambina nella botola sotterranea quando uscivano per portare a segno i loro colpi. Ed è sempre lui che, catturato dopo l’annegamento di Calleri, ha dato un nome falso del complice, allungando i tempi per arrivare alla sua vera identità e residenza». Ritardando così il sopralluogo alla Barbisa che portò alla scoperta del corpo senza vita di Maria Teresa, deceduta poche ore prima.
E Luciano Rosso è deceduto l’anno scorso.

La morte di Maria Teresa salvò l’onore di molti notabili

Forse all’epoca si sarebbe potuto indagare di più su chi sapesse della presenza della bambina alla Barbisa e del gruppo di uomini che abusarono di lei, ma il muro di omertà contro il quale sbattè il dottor Bozzola è ancor oggi fonte di critica nei confronti di un intero paese. La morte di Maria Teresa salvò molti uomini, alcuni dei quali “notabili”, dall’accusa di violenza sessuale su minorenne. E le donne che sapevano (dalle mogli dei violentatori alle commercianti presso le quali si riforniva Calleri) tacquero.
Le indagini si chiudono qui. Nessun colpevole. Ma il lavoro svolto dalla dottoressa Deodato, cinquant’anni dopo, vale oro.

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