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Montafia, impresario condannato per la morte di Istoc: «Io andrò in carcere da innocente e mia moglie malata resterà sola»

Il drammatico sfogo dell'uomo cui la Cassazione ha confermato oggi 7 anni. Con il socio si è sempre dichiarato innocente

Sentenza confermata in Cassazione

Con la sentenza della Corte di Cassazione arrivata stamattina si chiude definitivamente la vicenda giudiziaria a carico di due impresari torinesi: Vittorio Opessi e Antonino Marino sono stati condannati definitivamente il primo a 7 anni, il secondo a 4 anni di carcere.

A nulla è valso l’impegno dell’avvocato Silvia Merlino per Opessi e della collega Roccati per Marino. I due imputati si sono dichiarati innocenti fin dalle prime battute del processo. Non hanno voluto essere giudicati in abbreviato e hanno chiesto un processo pubblico sicuri di poter dimostrare la loro totale estraneità nella morte di un manovale romeno, Mihail Istoc che viveva a Torino senza permesso di soggiorno.

Corpo abbandonato in una discarica abusiva

Nel giugno del 2009 il suo corpo senza vita venne ritrovato a Montafia, in località Vignole, sotto un divano abbandonato in una discarica abusiva. Senza documenti e con il viso parzialmente sfigurato dal passaggio di animali selvatici, ci vollero tre anni prima di arrivare alla sua identificazione.

Per arrivare a dargli un nome venne eseguita anche la ricostruzione digitale dell’identikit. Solo allora il ritrovamento venne messo in collegamento con la denuncia di scomparsa che, a suo tempo, aveva sporto il fratello di Istoc, anch’egli residente a Torino.

Una volta identificato, i carabinieri di Asti che seguivano il caso avevano ricostruito la rete di conoscenti e i suoi spostamenti negli ultimi giorni prima della sua scomparsa.

Vittima di un infortunio in cantiere edile

Il medico legale aveva confermato che la causa della morte era compatibile con un infortunio sul lavoro e le tracce di calce ritrovate sui suoi vestiti avevano spinto gli inquirenti a cercare un cantiere edile.

La svolta nelle indagini avvenne quando un connazionale ed amico di Mihail rilasciò dichiarazioni pesanti a carico dei due impresari per i quali lavorava in un cantiere di Venaria insieme ad Istoc, impiegato in nero.

 La testimonianza dell’amico

Fu proprio l’amico a ritrovare Istoc morto, appeso al filo del martello pneumatico che stava usando prima della caduta dal ponteggio. Raccontò di aver avvertito Opessi e Marino e i due impresari gli dissero che ci avrebbero pensato loro.

Di qui in avanti la ricostruzione della Procura (pubblica accusa sostenuta in aula in primo grado dal pm Laura Deodato). I due impresari, per non passare guai  a causa dell’impiego in nero del manovale, avrebbero caricato il corpo su un furgone nascondendolo sotto un divano da buttare trovato nello stesso cantiere di Venaria. Avrebbero poi raggiunto l’isolata frazione Vignole di Montafia per abbandonare divano e cadavere badando bene a non lasciare dietro tracce che potessero portare all’identificazione del corpo. La scelta di Montafia è stata giustificata dalla Procura con il fatto che uno dei due impresari conosceva la zona avendo la madre che abitava nel Villanovese.

Gli imputati hanno sempre negato tutto

Una ricostruzione sempre fermamente contestata dai due imputati che hanno negato non solo di aver occultato il cadavere di Istoc ma addirittura di conoscerlo e di averlo ingaggiato  in nero in un loro cantiere. Adombrando che possa essere deceduto in un cantiere dell’amico connazionale, a loro totale insaputa.

In primo grado il giudice Amerio aveva condannato Opessi a 7 anni e Marino a 6 anni e 2 mesi (quest’ultimo si è visto ridurre la condanna a 4 anni già in Appello perchè, essendo incensurato, ha beneficiato della prescrizione del reato di occultamento di cadavere).

La Corte di Cassazione ha confermato le condanne.

Il dramma personale di uno degli impresari

Drammatico il commento di Opessi alla lettura della sentenza. L’uomo si è rivolto al suo avvocato dicendo: «Andrò in carcere da innocente e quando uscirò mia moglie non ci sarà più». La donna, infatti, è gravemente malata e ad occuparsi di lei attualmente è esclusivamente il marito. Il pensiero di lasciarla sola, per Opessi, è devastante e, per sua stessa ammissione, supera anche il dramma della carcerazione.

Un pensiero così opprimente che nella notte fra martedì e sabato l’uomo è stato colpito da infarto e si trova attualmente ricoverato in ospedale a Torino in condizioni molto serie.

 

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