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Omicidio Capriglio, arriva la terza condanna: 16 anni per il complice Dochitei

Sedici anni: a tanto ammonta la condanna che ieri sera la Corte d'Assise di Asti ha inflitto a Costel Dochitei, il romeno di 25 anni accusato di concorso nell'omicidio di Carmelo “Lucio”

Sedici anni: a tanto ammonta la condanna che ieri sera la Corte d'Assise di Asti ha inflitto a Costel Dochitei, il romeno di 25 anni accusato di concorso nell'omicidio di Carmelo “Lucio” Casale avvenuto alla vigilia di Pasqua del 2010.
Si tratta degli stessi anni inflitti ai fratelli Ionut (reo confesso) e Liviu Marchidan i quali hanno scelto la via del rito abbreviato.

Il pm Paone, al termine di una requisitoria durata oltre due ore e mezzo, aveva chiesto 24 anni e mezzo; a corroborare la sua convinzione della colpevolezza di Dochitei vi è la chiamata in correità fatta da Ionut e tre intercettazioni in cui i due fratelli, già arrestati, fanno il nome di “Ursu” (soprannome del Dochitei) come corresponsabile del delitto di Capriglio.
Secondo l'accusa, seppur riconoscendo che a carico di Dochitei non ci siano mai state prove schiaccianti, esistono i presupposti per confermare che quella sera del 31 marzo sul Touareg di Casale c'era anche lui con i Marchidan a dare man forte nel violento pestaggio finito nella cascina abbandonata di Capriglio con la conseguente morte di Casale circa due ore dopo.

Di tutt'altro avviso la difesa, sostenuta dall'avvocato Gariglio che si è mostrato visibilmente sorpreso dalla decisione della giuria popolare presieduta dal giudice Muscato e dal giudice a latere Gaveglio.
L'avvocato alessandrino si è speso molto nella sua arringa per convincere la corte dell'inattendibilità delle dichiarazioni di Ionut, che, secondo lui, avrebbe “tirato dentro” Dochitei nella speranza di poter salvare il fratello dall'arresto e dal carcere. Sulle intercettazioni ha offerto una spiegazione piuttosto suggestiva facendo un confronto fra quanto detto prima dell'arresto dei fratelli Marchidan e dopo.

Prima, quando i due non sapevano di essere intercettati, non si parlava mai di Dochitei; il suo nome è saltato fuori solo dopo gli arresti e questo, per l'avvocato, è la dimostrazione che i due sapessero di essere ascoltati e volessero così incolpare l'amico romeno sostituendolo la sua responsabilità con quella di Liviu. Liviu che, a sua volta, è rimasto fuori dalla vicenda fino a quando i carabinieri non hanno sentito Dochitei; è stato proprio quest'ultimo a fare il suo nome e a ricostruirne i movimenti nella famosa sera del delitto.

Appena finita la lettura della sentenza, l'avvocato Gariglio ha già annunciato che farà ricorso in Appello.

Daniela Peira

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