Scarante e Pontecorvo
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«L’Afghanistan è un Paese che poggia su una faglia»

Ricca di spunti la serata finale del Festival Passepartout, domenica scorsa, che ha visto sul palco gli ambasciatori Gianpaolo Scarante e Stefano Pontecorvo

Ricchissima di spunti la serata finale, domenica scorsa, del festival Passepartout, con l’Afghanistan come “case history” millenaria e i possibili parallelismi con l’Ucraina, nel quadro generale del declino dell’Occidente emerso già con chiarezza da molti degli incontri, in parte già insito nel titolo stesso dell’edizione.
Ad interloquire sul palco gli ambasciatori Gianpaolo Scarante, già Capo di Gabinetto del Ministro degli Esteri, Consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio, suo Rappresentante Speciale per la ricostruzione dei Balcani e Ambasciatore in Grecia e in Turchia, e Stefano Pontecorvo, tra gli altri incarichi dal 2013 al 2015 consigliere diplomatico del ministro della Difesa italiano all’opera su questioni politico-militari della Nato, incluso l’Afghanistan.

La fotografia dell’Afghanistan

«Un luogo centrale – ha esordito Scarante – per il modo in cui la geografia che lo accoglie dà forma alla sua storia e ai suoi avvenimenti, da 3000 anni a questa parte». La definizione metaforica, ricorrente nella conversazione, era quella di “Paese su una faglia”. «Attraversato da molti popoli diversi, nel 1800 diventò teatro di scontro tra due imperi, quello britannico e quello russo. Come in altre occasioni, l’Afghanistan si dimostrò facile da conquistare, ma impossibile da controllare».
Tra le ragioni, la distinzione sociale in tribù di varie etnie e la geografia fatta per tre quarti di montagne sopra ai 700 metri. «Un episodio purtroppo simbolico? Lo stermino di 18 mila persone, l’esercito inglese e il suo seguito, nel 1842». Analoga situazione con la missione congiunta Usa-Nato appena conclusa, come ha ricordato Pontecorvo: «Dopo l’11 settembre, l’America chiese la consegna di Bin Laden. Per via della millenaria ospitalità, pur sapendo che li avrebbero fatti arrabbiare, i Talebani rifiutarono. Dopo 3 settimane di bombardamenti delle truppe statunitensi, arrivò la resa». La Nato entrò in guerra 2 anni dopo, creando un curioso precedente ricordato da Scarante: «Un’organizzazione formata dai 30 Paesi tra i più potenti del pianeta andò al soccorso a quello più potente, che era stato attaccato dall’Afghanistan».

Gli spunti “di prima mano”

Sul ventennio di conflitto, Pontecorvo ha offerto interessanti elementi “di prima mano”: «Quando entrammo nel 2003, la Nato venne in un certo senso segregata a Kabul. In seguito gli Usa consentirono di dividere il Paese in 4 fasce. Come Italia andammo a Herat, a est, i Tedeschi a nord ovest». Un punto d’orgoglio per la “gestione” italiana e tedesca? «Facemmo un lavoro migliore, considerando le forze che avevamo, nel rispettare le popolazioni. Stabilimmo rapporti che ci permisero di sventare la maggior parte degli attentati. Nelle nostre zone, le vittime furono un decimo rispetto ai territori in mano agli Inglesi».
A monte, un approccio differente: «Per gli anglosassoni, l’attacco rappresentava la guerra al terrorismo internazionale. Per gli altri, come noi, l’intento era aiutare a ricostruire quello che i Talebani avevano distrutto». Con almeno un errore di valutazione: «Ci aspettavamo una “tabula rasa”, e investimmo enormi risorse per costruire uno Stato occidentale, ignorando norme millenarie già presenti».
Concorde Scarante: «Non esiste un’unica forma di democrazia. Sbagliamo quando, parlandone fuori dall’Occidente, pensiamo sia così».

Il parallelismo con l’Ucraina

Quale la lezione del ventennio in Afghanistan e i parallelismi con la crisi in Ucraina? «Anche l’Ucraina vive su una faglia, ma più recente. Con la guerra fredda, esisteva un “regolatore internazionale” che portava a ricomposizioni. Oggi abbiamo la dimostrazione che il mondo non si può gestire con una sola grande potenza: le crisi non si chiudono, pensiamo alla Libia e alla Siria». Una “ricetta”, quindi, contro la decadenza dell’Occidente? «Dobbiamo tornare a credere nei nostri principi, anziché limitarci a sbatterli in faccia agli altri. Su temi come l’immigrazione, abbiamo dimostrato troppa ambiguità e potremo subirne le conseguenze».

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