Pellegrini
Cultura e Spettacoli
Intervista

«Vi presento il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa»

Parla Lucio Pellegrini, regista astigiano da oltre vent’anni a Roma, che ha diretto la serie televisiva in onda in questi giorni, incentrata sul Nucleo speciale antiterrorismo

«Raccontare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa partendo da una pagina fondamentale della sua vita: la lotta al terrorismo partita a Torino nel 1973».
Così Lucio Pellegrini parla della serie televisiva “Il nostro generale”, di cui è regista, andata in onda ieri sera (lunedì) su Rai Uno con la prima puntata e in programma anche stasera, lunedì 16 e martedì 17 gennaio.
Astigiano, ma residente a Roma da oltre vent’anni, Pellegrini ha diretto, tra gli altri, i film “E allora mambo!” (1999), “Figli delle stelle” (2010), “La vita facile” (2011), la serie televisiva “Il miracolo” (2018) e “Carosello Carosone” (2021).
Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per saperne di più sulla serie e conoscere i suoi progetti futuri.
Pellegrini, “Il nostro generale” è una serie piuttosto articolata…
Sì, è composta da otto puntate da 50 minuti, tanto che va in onda divisa in quattro parti. Essendo molto lunga, io mi sono occupato della direzione artistica e della regia delle prime cinque puntate, mentre Andrea Jublin, chiamato per avere un supporto, ha diretto le ultime tre puntate. Nel frattempo io ho potuto occuparmi del montaggio, anche perché i tempi erano stretti. Le riprese sono iniziate nell’autunno 2021 e sono terminate ad inizio aprile 2022, con la serie che doveva andare in onda, inizialmente, a inizio settembre dell’anno scorso (in occasione dell’anniversario della scomparsa di Dalla Chiesa, ndr). Poi, per via delle elezioni, è stata spostata a gennaio.
A chi va attribuita l’idea della serie?
L’idea è arrivata dalla mia produttrice Simona Ercolani, che aveva intenzione di lavorare sulla figura del generale Dalla Chiesa. Dopodiché, con l’intervento mio e degli sceneggiatori, abbiamo deciso di raccontare la storia del Nucleo speciale antiterrorismo creato allo stesso generale. Una pagina poco nota, ma fondamentale, della sua vita, protagonista di una serie non agiografica e caratterizzata da un forte segno di modernità.
Al centro un gruppo di giovani carabinieri, ventenni, che sotto copertura comincia a lavorare per contrastare il terrorismo, in particolare le Brigate Rosse, senza più poter contare su una vita privata. Mi riferisco agli anni che vanno dal 1973 al 1981- 82, periodo in cui Dalla Chiesa era diventato colui che rappresentava lo Stato nella guerra contro il terrorismo, in particolare di stampo brigatista.
Una storia che non era mai stata raccontata in modo lineare. Ci sono infatti tante narrazioni cinematografiche o letterarie incentrate su alcuni momenti di questa storia drammatica. A noi, invece, piaceva provare a ripercorrerla dall’inizio attraverso il filtro di chi aveva combattuto dalla parte dello Stato.

I protagonisti

Avete chiesto la consulenza della famiglia?
Sì. I figli del generale, Nando e Rita Dalla Chiesa, ci hanno supportati molto nel lavoro di ricerca.
Mi fa molto piacere, poi, che si siano detti molto soddisfatti del risultato. Quando si toccano temi delicati e storie pulsanti, che rappresentano ferite ancora aperte, è importante avere l’approvazione dei familiari.
Chi sono gli attori principali?
Il generale Dalla Chiesa è interpretato da Sergio Castellitto, la prima moglie Dora Fabbo da Teresa Saponangelo, che abbiamo recentemente visto nel film di Paolo Sorrentino “E’ stata la mano di Dio”. Poi ci sono Nicola Folletto insieme ad altri numerosi altri attori giovani e talentuosi.
Quale figura emerge del generale?
Dalla Chiesa emerge come uomo del Novecento, cresciuto prendendo parte alla Resistenza e che poi sposa la causa dello Stato per il quale immola la sua vita.
Di lui cerchiamo anche di raccontare l’ambito familiare, mostrando come si impegnasse a garantire una situazione di normalità per la sua famiglia nonostante il pericolo costante in cui viveva.
Cosa pensa dello spostamento della serie da settembre ad oggi, per motivi di par condicio, essendo Rita Dalla Chiesa candidata alle scorse elezioni politiche?
La legge è molto discutibile, ma considerando il lavoro che abbiamo fatto sono contento che vada in onda adesso perché, essendo gennaio, abbiamo la possibilità di accedere ad un pubblico più vasto che non ad inizio settembre, caratterizzato da clima estivo e “dominato” dal tema delle elezioni.
Tra l’altro adesso ricorrono i 50 anni dell’inizio di quella che era una guerra civile, combattuta da giovani e tra giovani, nata a Torino nel 1973, città in cui Dalla Chiesa era stato chiamato ad indagare.

I progetti futuri

Dopo questo lavoro ha intenzione di tornare al cinema come regista?
Sì. Ho in programma di girare un film per il cinema a breve, penso già in primavera, ma preferisco non parlarne per ragioni di scaramanzia, dato che sono ad un passo dal definirlo.
Qual è, secondo lei, lo stato di salute del cinema dopo la pandemia?
Credo si stia convergendo verso un punto, ormai molto prossimo, che non vedrà più una sostanziale differenza tra cinema e televisione per chi fa film. La prima uscita sarà sempre in sala, ma ci sarà un intervallo sempre più ridotto con l’uscita su una piattaforma televisiva. Questa finestra, che adesso è di un mese e mezzo, si restringerà ancora per il 95% dei titoli.
L’importante, comunque, è che anche in questo periodo il bisogno di storie da parte del pubblico non si sia esaurito.
Nei mesi scorsi ha esordito nel mondo della narrativa con il suo primo romanzo “La linea”. Pensa di continuare?
Sì, dato che amo molto la scrittura. “La linea” ha rappresentato una bella esperienza con un editore importante e ora spero di poter proseguire, tanto che sto iniziando a ragionare su un altro progetto.
Nel tempo, infatti, ho conquistato la possibilità di occuparmi, con una certa libertà, di film, serie televisive o romanzi. Sono molto soddisfatto e quasi non mi sembra di lavorare, dato svolgerei comunque queste attività nella vita.

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