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Lettera aperta

Ritardi all'Archeologico: «La muffa sta al Comune di Asti come il chiodo sta a Salvini»

Vittoria Briccarello, specializzata in conservazione del patrimonio culturale e consigliera di minoranza, risponde all'assessore Morra dopo l'intervista pubblicata dal nostro giornale

Vittoria Briccarello

La consigliera comunale ed esperta in conservazione del patrimonio culturale Vittoria Briccarello

In merito ai ritardi e alle vicissitudini nell'allestimento e riapertura del Museo Archeologico di Asti, di cui ha parlato pochi giorni fa l'assessore ai Lavori Pubblici interpellato dal nostro giornale, riceviamo e pubblichiamo una lettera a firma di Vittoria Briccarello, specializzata in conservazione del patrimonio culturale e consigliera di minoranza.

Quando si parla di patrimonio culturale si intende quell’insieme di oggetti, materiali e immateriali, che costituiscono il nostro DNA, il nostro passato, le nostre tradizioni. In sintesi, il patrimonio culturale può essere descritto come la memory card che legittima la nostra presenza nel mondo. Per questo motivo, a seconda di come si sceglie di narrarlo, cambia completamente il modo in cui gli esseri umani si percepiscono tra loro.

Un’altra caratteristica fondamentale del patrimonio culturale è che è “nostro”, ovvero appartiene a tutte e tutti noi, davvero. Non è di chi lo studia, né di chi ci lavora, ma è di tutti: di chi va al museo, di chi non ci va, di chi odia l’arte, di chi la ama, di chi ha studiato e di chi non lo ha fatto, dei bambini, degli anziani, dei ricchi e dei poveri. Il compito, difficile ma essenziale, di chi gestisce il patrimonio culturale è quello di renderlo sempre più fruibile e comprensibile, attraverso un processo (ed è qui che entrano in campo i professionisti) di mediazione culturale tra gli oggetti che lo compongono e il resto del mondo. In questi anni si è parlato molto degli spazi museali chiusi nella nostra città, non tanto per lo spazio in sé, quanto per ciò che vi dovrebbe essere all’interno e per ciò che rappresentano: la storia di chi siamo e di chi siamo stati.

Una serie di materiali che raccontano da dove proveniamo, che parlano delle grandi collezioni nate qui, che possono essere un monito rispetto a dove non vogliamo più andare — pensiamo, ad esempio, al rifugio antiaereo di corso Alfieri. Sono ormai quattro anni che ne siamo privi, in nome della volontà di vedere prendere forma enoteche e ristoranti che però, a oggi, non esistono. Siamo di fronte a tre musei chiusi a chiave.

Oggi sono arrivate alcune risposte — forse le prime che ammettono il completo fallimento della gestione di questi spazi — da parte dell’assessore ai Lavori Pubblici: non si apre per due ragioni, la muffa e la mancanza di didascalie e pannelli. Poi sono state avanzate altre scuse ancora più insopportabili: “ci vuole tempo per selezionare i reperti”. Certo, serve tempo, ma è anche vero che una selezione accurata con relativa schedatura può essere un lavoro in itinere. Non può giustificare il fatto di tenere in ostaggio le collezioni, anche perché non stiamo parlando di uno scavo appena aperto, ma di oggetti — molti — già noti. Una squadra di lavoro che si occupa di selezione dei reperti, ideazione dell’allestimento permanente, pannelli e cartellonistica lavora quando sa per cosa sta lavorando.

Poi ancora si parla del blocco della Sovrintendenza per il rinvenimento di un muro, premesso che dubito il muro si estendesse dall’Anastasio all’Ottolenghi, al battistero, quella sarebbe stata un’ottima occasione per portare avanti i lavori relativi agli arredi e alla gestione nell’attesa dell’ultimazione dei sondaggi di scavo.

Ma torniamo alla muffa. La muffa sta al Comune di Asti come il chiodo sta a Salvini: la muffa, gentile Giunta, l’avete fatta venire voi. Avete tenuto chiusi per anni locali bui e sotterranei, senza un impianto di aerazione adeguato e senza mettere in sicurezza parte dei materiali. Eppure, tutti voi avete una casa: dovreste sapere bene cosa succede se si lascia chiusa una stanza umida. Con la differenza che, presumibilmente, nelle vostre stanze umide non conservate oggetti cari e deperibili. Non si comprende quindi perché farlo con reperti di valore inestimabile che appartengono a tutta la collettività. E questo vale tanto per i magazzini quanto per i musei da aprire e per quelli già aperti.

C’è poi un’altra questione, centrale: l’Assessorato alla cultura è completamente assente. Non una parola, non una linea di indirizzo, non un’informazione utile a comprendere quali saranno le linee guida che i musei seguiranno, se e quando riapriranno. Lo squilibrio tra cultura e lavori pubblici si è dimostrato fallimentare per entrambi. Occorre entrare finalmente nell’ottica del merito: gli investimenti nel mondo culturale non portano “soldi facili” al Comune, ma mirare al punto di equilibrio — ovvero alla sostenibilità degli investimenti — può significare più professionisti, più studenti, più turisti, più personale amministrativo, più scuole, più locali e bar pieni, più benessere condiviso.

Trattare il patrimonio culturale con rispetto vuol dire trattare con rispetto le cittadine e i cittadini. Vuol dire creare nuove opportunità di lavoro, dare un senso all’ultra-professionalizzazione richiesta nel settore culturale, invece di vedere tutto gestito male da una politica che corre dietro alle muffe, anche quanto i soldi sono arrivati a palate.

Scrivo questi appunti non come consigliere, ma come addetta ai lavori e come cittadina che conosce i propri doveri e i propri diritti. Io pago le tasse affinché ciò che è pubblico sia tutelato e fruibile, e dovremmo tutti pretendere che le nostre radici tornino a farci germogliare, e non a marcire in umidi scantinati.

Vittoria Briccarello

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