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Referendum Giustizia

Perché votare No, il pm: «Ne abbiamo bisogno oltre ogni ragionevole dubbio?»

Stefano Cotti, Sostituto Procuratore di Asti, spiega le motivazioni del No in vista del voto di domenica e lunedì

Il sostituto procuratore Stefano Cotti

Il sostituto procuratore Stefano Cotti

La riforma costituzionale su cui siamo chiamati ad esprimerci non riguarda la giustizia: non tocca i problemi che affliggono il nostro sistema, come la carenza di magistrati e di personale amministrativo, le infrastrutture obsolete e gli applicativi informatici inadeguati. Non inciderà in alcun modo sulla velocità dei processi.

Il cuore della riforma non è la separazione delle carriere. Del resto, i percorsi professionali di giudici e pubblici ministeri sono ormai quasi del tutto separati: dalla riforma Cartabia (2022) è possibile un solo passaggio da una funzione all'altra entro i primi 10 anni di carriera, oltretutto cambiando Regione. Con questi limiti, a compiere il passo sono circa 40 magistrati l'anno. Personalmente ritengo che cambiare punto di vista sia arricchente per il singolo e per il sistema. Vi sembra sbagliato? Sarebbe stato sufficiente intervenire con legge ordinaria per vietare l'unico passaggio ad oggi consentito.

L'argomento tecnico è il dito. Dietro, però, c'è la luna. Qui non è in gioco l'indipendenza interna, del giudice dalle parti processuali, ma l'indipendenza esterna, di tutta la magistratura da ingerenze della politica. Non è un problema di forma perché il principio di autonomia e indipendenza rimane scritto in Costituzione, ma di sostanza: viene stravolto l'organo pensato dai padri costituenti per rendere effettivo quel principio, ossia il Consiglio Superiore della Magistratura.

Viene spezzata (dividere è il primo passo per indebolire) l'unità della magistratura, con la creazione di due CSM, uno per i giudici ed uno per i pubblici ministeri. Per individuarne i componenti viene introdotto un meccanismo diseguale: estrazione a sorte per i magistrati, mentre il Parlamento sorteggerà i membri di spettanza da un elenco previamente votato, non è dato sapere con quale maggioranza. I procedimenti disciplinari vengono affidati all'Alta Corte, un giudice speciale di nuovo conio che si occuperà financo degli appelli contro le proprie decisioni e che opererà secondo regole rimesse ai decreti attuativi, che verranno scritti dalla maggioranza parlamentare del momento. Sotto molti aspetti, approvare la riforma è come firmare un assegno in bianco. Quel che è certo è che verranno introdotte nuove sovrastrutture, con ingenti costi per le casse dello Stato.

Quando si tratta di riformarla, la Costituzione è sul banco dell'imputato, accusata di non essere più al passo con i tempi. Nulla di eversivo: è la stessa Carta a prevedere il meccanismo di revisione. Ma ritoccare le regole previste per assicurare l'equilibrio tra i poteri dello Stato è qualcosa di molto serio, da non prendere alla leggera: si tratta di rivedere il patto su cui si fonda la nostra convivenza. Ecco perché sarebbe auspicabile che ogni modifica fosse ampiamente condivisa. Quando, come in questo caso, la si vuole cambiare a colpi di maggioranza, l'onere di dimostrare la sua inadeguatezza diventa ancora più gravoso. I sostenitori del Sì affermano che questa riforma è attesa da decenni. È davvero così? Chi ha nutrito cotanta attesa per un simile pacchetto di norme? Perché sul pacchetto si deve ragionare. Il referendum questo impone: prendere o lasciare in blocco.

Il 22 e 23 marzo dovremmo adottare il prudente metro di ragionamento del giudice, e cioè condannare la nostra Costituzione solo se ne siamo convinti “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Ecco, il verdetto dovrebbe essere coerente alla risposta che ognuno di noi darà alla domanda: sono proprio sicuro che questa riforma sia ciò di cui sentivo il bisogno e che aspettavo da tanto tempo?

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