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Sette condanne per la truffa dei parabrezza

Severa sentenza stamattina del giudice Chinaglia - Fatture vere usate per chiedere i rimborsi dopo aver cambiato importi e destinatari

Chiedevano rimborsi all’assicurazione falsificando fatture

Tutti condannati e anche a pene più severe di quelle chieste dal pm Nacci nel processo a carico di sette persone accusate di truffa ai danni della Compagnia Unipolsai per una serie di rimborsi su parabrezza di auto in frantumi.
Nonostante nel processo sia aleggiata ad ogni udienza l’ingombrante assenza dell’agente titolare dell’agenzia intorno alla quale si snoda la vicenda.
I primi sospetti sono sorti proprio in seno alla sede centrale della Unipolsai per le numerose richieste di risacimento danni dalla cosiddetta “polizza cristalli” presentate dall’agenzia gestita da Mauro Graziano e da un socio. L’anomalia era dovuta al fatto che le richieste erano presentate in capo ad un ristretto giro di assicurati. Automobilisti per i quali risultava la rottura dei vetri anche due volte al mese.

Tutto partito da un’indagine interna

L’indagine ufficiale venne affidata alla Guardia di Finanza dopo la denuncia della Compagnia ed emersero numerose fatture di riparazioni presentate alla Unipolsai per il pagamento ma mai emesse dalle carrozzerie. O meglio, le carrozzerie quelle fatture le avevano regolarmente emesse, ma per altri lavori e a carico di altri automobilisti sempre assicurati però nella stessa agenzia.
Le fatture “buone” venivano clonate, veniva cambiato importo, tipo di intervento e intestatario.
Fra i sette imputati del processo, due sono impiegate dell’agenzia, gli altri cinque clienti assicurati.

Perchè lo facevano

Una delle dipendenti, Stefania Cerzosimo, ha spiegato le ragioni di queste fatture “clone” con la necessità di tacitare alcuni clienti per i quali erano stati fatti dei “pasticci” nelle polizze. Quando essi, convinti di aver diritto ad un rimborso (per spese sanitarie o per danni vandalici, ad esempio) presentavano la regolare richiesta, non sapevano che invece non erano “coperti”. Cosi l’impiegata creava le false fatture sulle polizze cristalli (sulle quali non c’erano particolari controlli o invio di periti) per far arrivare in parte o in tutto il rimborso che l’assicurato si aspettava.

Clienti ignari?

Una versione, quella fornita dalla Cerzosimo, che i difensori degli assicurati (Demetrio, Lamatina, Cardello e Dapino) hanno sviluppato per dimostrare che i loro clienti erano ignari del fatto che i rimborsi erano erogati a fronte di fatture false, visto che tutta questa “manovra” di falsificazione avveniva internamente all’agenzia.
Per la posizione della Cerzosimo, il suo difensore Lamatina ha spiegato che ha agito perchè, in quanto dipendente, era in una posizione di debolezza rispetto all’agente che le aveva dato precise indicazioni ad agire in questo modo. Agli atti risulta che lo stesso trucchetto sia servito anche a lei ad incassare qualche polizza cristalli fasulla, “ma era solo un modo per vedersi riconoscere emolumenti lavorativi mai versati dal datore di lavoro” ha spiegato il difensore.

Le condanne

Una tesi che non ha convinto il giudice Chinaglia la quale ha condannato Stefania Cerzosimo a 1 anno e 4 mesi insieme a Valentina Carfagna. Per Sonia Ponzo, l’altra dipendente, condanna ad 1 anno e 1 mese; appena 10 giorni in meno per Alessandro Caputo, 10 mesi per Sergio Orgiu e 9 mesi e 25 giorni per Elio e Luigi Zoppè. Tutti condannati, anche, a restituire i rimborsi ottenuti con le fatture false alla Unipolsai rappresentata in aula dall’avvocato Viarengo.

d.peira@lanuovaprovincia.it

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