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Coronavirus, quella tenda dove si lava via la paura di essere contaminati

Come funziona nella tenda di decontaminazione l'accoglienza di volontari e mezzi alla Croce Verde di Asti dopo il trasporto di positivi Covid 19

«Siamo diventati “disumani” agli occhi della gente»

«La cosa più difficile da accettare è la convivenza con la paura di essere vettori di contagio, prima ancora che di essere contagiati noi stessi. E poi, la disumanità. Noi, che abbiamo come mission non solo il soccorso ma anche la vicinanza con la popolazione, da quando è iniziata l’emergenza ci presentiamo come degli extraterrestri e le persone non riescono quasi a vederci negli occhi, non ci riconoscono, non sentono bene quello che diciamo perchè siamo coperti da strati di dispositivi di protezione».
A parlare è Maurizio Santero, prima volontario ora dipendente della Croce Verde di Asti di cui è anche coordinatore tecnico.

Decontaminazione di un’ambulanza

Punto di riferimento per la decontaminazione di volontari e mezzi di soccorso

L’Anpas di Asti in pochi giorni ha preso in mano la situazione di emergenza, ha chiesto (ed ottenuto) aiuto dalla cittadinanza, si è formata ed è diventata un punto di riferimento per la decontaminazione dei tanti volontari di ogni associazione che da un mese e mezzo si stanno spendendo nei trasporti dei malati (o sospetti tali) Covid 19.
La tenda allestita davanti alla sede è ormai meta dei volontari non solo della provincia di Asti, ma anche dell’Alessandrino.
Un servizio fondamentale per la sicurezza dei soccorritori e delle persone che vengono trasportate all’ospedale di Asti.
Grazie alla generosità degli Amis d’la Pera e di tanti astigiani, la Croce Verde di Asti non è in “emergenza economica”, per ora, ed è riuscita ad acquistare apparecchi e prodotti di sanificazione che sveltiscono le operazioni di “bonifica” di persone e mezzi dopo ogni singolo intervento.

Quella faticosa vestizione

Interventi sempre più faticosi, se si pensa che solo per la vestizione prima di partire per il trasporto di un sospetto positivo, ci vogliono 20 minuti a persona. Fra tuta e sottotuta, due paia di guanti, cappuccio, mascherina, visore di protezione, calzari, ogni volta è un consumo di energie e di dispositivi. Una volta effettuato il trasporto all’ospedale, il mezzo con la sua squadra torna immediatamente in sede per la decontaminazione. Per il mezzo (destinate due ambulanze appositamente per interventi Covid ed alleggerite di apparecchiature non necessarie), ci pensa il sanificatore ma per le persone ogni volta è necessaria l’assistenza.

Dalla “zona sporca” alla “zona bianca”

«Me ne occupo quasi sempre io personalmente perchè voglio che sia fatta alla perfezione, non possiamo permettere che nessuno dei nostri venga contagiato – spiega Santero – Il soccorritore viene accolto nella cosiddetta “zona sporca” della tenda dove viene svestito poco per volta secondo un protocollo studiato affinchè non venga mai a contatto con indumenti o dispositivi usati durante l’intervento. Quando l’assistente lo decontamina completamente passa nella “zona bianca” con profusione di gel igienizzante e successivamente si passa alla sanificazione di ogni oggetto, anche personale, toccato durante l’intervento. Per ogni persona servono circa 15 minuti e noi, ogni giorno, iniziamo alle 6 e finiamo a mezzanotte di mettere in sicurezza soccorritori e loro mezzi».

Il direttivo alla continua ricerca di forniture

Mentre il direttivo, guidato dal presidente Nica Demetrio, lavora a tempo pieno per reperire sul mercato e, possibilmente, al miglior prezzo, le forniture di dispositivi di protezione ormai introvabili.
«Abbiamo ridotto le presenze in sede solo alle squadre di turno e non possiamo contare su tutti i volontari – spiega Santero – perchè alcuni di loro, per patologie proprie o di familiari vicini, non potevano rischiare di contagiarsi o contagiare. Ogni giorno il nostro obiettivo prioritario è proteggere i soccorritori, altrimenti crolla tutto».

 

Soccorritori allo stremo

Soccorritori che sono allo stremo. Fisico ed emotivo.
«Molti di noi si sono autoisolati e non incontrano figli e genitori anziani per paura di poterli contagiare – confida ancora il coordinatore tecnico – Quando siamo qui non guardiamo più orari e resistiamo finchè abbiamo forze. Per fortuna sentiamo forte la vicinanza della città che ci sta aiutando economicamente. Ma vogliamo ringraziare anche le attività commerciali che ci fanno arrivare brioches, pizze, focacce. Tante volte, credetemi, è difficile anche solo riuscire a trovare qualcosa da mangiare visto che è tutto chiuso e quando finiamo i turni è tardi».

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