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Due astigiani in Svezia raccontano: “Qui chi indossa la mascherina viene preso per matto”

Simone e Alberto si sono autoisolati: "Qui nessuno indossa la mascherina e non sanno neanche cosa siano gli asintomatici"

Due astigiani, residenti in Svezia, raccontano come il Paese abbia scelto la via meno restrittiva nella lotta al Covid-19

“Qui nessuno usa la maschera e chi la indossa, come noi, viene visto come se fosse un cretino”. Già basterebbe questo per capire la strategia nella lotta al Covid-19 della Svezia, uno dei Paesi più citati e ammirati quando si parla di welfare e politiche per la famiglia. A raccontare quanto sta succedendo sono gli astigiani Simone Moiso e Alberto Barban che, dal 2016, vivono a Veinge, località del sud ovest del Paese appartenente al Comune di Laholm e non distante da Halmstad.

Eppure negli ultimi giorni la Svezia è diventata il primo Paese per tasso di mortalità, rispetto al numero degli abitanti: le statistiche riportate dall’agenzia Reuters indicano che ha registrato 6,25 decessi al giorno per milione di persone a causa dal Coronavirus rispetto ai 3 dell’Italia e ai 4,6 della Francia.  Ad oggi, lunedì 25 maggio, in Svezia si sono raggiunti i 33.459 casi di persone positive al virus di cui 4.971 finite in ospedale e 3.998 decessi.

“Qui il Governo non ha imposto nulla e l’Agenzia della Sanità ha preso “pieni poteri” dando dei consigli, ma senza nessun lockdown come avvenuto in quasi tutti gli altri Paesi – racconta Simone Moiso, logopedista e che oggi lavora nel campo dell’educazione – Il problema è che agli svedesi questa mancanza di restrizioni piace perché sono abituati a vedere il Governo come una mamma che dà loro ogni genere di aiuto e quindi si fidano senza discutere. Noi, invece, per rispetto dei morti in Italia e per la nostra stessa sicurezza ci siamo isolati il più possibile, indossiamo le mascherine e cerchiamo di mantenere le distanze sociali passando per quelli strani, quasi da compatire”.

Gli asintomatici, questi sconosciuti

A parte le poche grandi città della Svezia, in primis Stoccolma, dove il numero dei contagi è più incisivo, il resto del Paese sta vivendo l’emergenza da Coronavirus come se fosse un’influenza un po’ più grave delle altre: “Gli asintomatici – continua Moiso – qui è come se non esistessero e infatti ti lasciano stare a casa da lavoro se hai qualche sintomo e solo per un paio di giorni. Non c’è il concetto stesso di quarantena a causa del virus”.

“D’altro canto la differenza tra la Svezia e l’Italia – continuano Simone e Alberto – è data dalla finalità con cui sono state stabilite, o meno, le restrizioni sociali: in Italia è stato deciso, giustamente, di mettere la salute delle persone prima dell’economia, qui no. Però i bar, ristoranti e locali in genere, rimasti aperti, si stanno lamentando tantissimo quindi non possiamo dire con certezza che la scelta abbia premiato. Anche per quanto riguarda i tamponi, se ne fanno pochi a dimostrazione che non c’è tutta questa necessità di tracciare l’andamento dell’epidemia”.

In Svezia vivono circa 10 milioni di abitanti e la maggior parte di loro considera il Paese un’isola felice, ben diversa dagli altri Paesi Baltici e poco affine a al resto d’Europa. Più che un principio di superiorità, è uno storytelling sostenuto da un popolo che, come sottolinea Simone, “ricorda di discendere dal Dio Odino, crede di essere parte di un altro mondo e in questo caso di essere immune al virus: sarà il suo essere stato un popolo di vichinghi”.

Una strategia controcorrente che non ha funzionato

“Il problema è che la strategia di base adotta qui, quella di lasciarlo circolare liberamente per raggiungere una certa immunità di gregge, non ha funzionato e anche qui le case di riposo sono state infettate dal virus”. Eppure, nonostante i dati statistici e i quasi 4.000 morti, sembra che la Svezia non abbia intenzione di ritrattare sulle scelte gestionali prese fino a questo punto.

“Diciamo che ciò che succede fuori dalla Svezia non interessa molto a chi vive qui – continuano i due astigiani – Inoltre, anche per quanto riguarda i decessi, esiste un bollettino nazionale e uno regionale, ma senza troppe indicazioni dettagliate. Per fortuna, dopo settimane, anche nei piccoli negozi hanno iniziato a far rispettare il distanziamento sociale, o tentare di farlo, e a installare barriere in plexiglass. Noi andiamo a fare la spesa una volta alla settimana, poi la disinfettiamo, ma abbiamo amici che vanno al bar, senza mascherina, e scattano selfie da pubblicare sui social. I più considerano questa malattia come parte del ciclo della vita, non ragionano sul perché stia succedendo”.

Più di molte parole è l’esempio di ciò che Alberto racconta essere avvenuto all’inizio di marzo, quando l’epidemia era già abbondantemente in corso. “Un medico, che era stato in Francia, ha accusato sintomi riconducibili al Covid, ma è andato comunque a lavorare visitando una ventina di pazienti. Una decisione, vista dall’Italia, che sarebbe da considerare pura follia”.

Simone ha in previsione di tornare in Italia a giugno, quando si potrà nuovamente viaggiare con più certezze, ma ancora una volta il suo timore non è tanto quello di rientrare, ma di raggiungere l’aeroporto: “Confesso che mi spaventa di più il viaggio in treno da casa l’aeroporto di Copenaghen che il resto”.

“In definitiva – concludono i due astigiani in Svezia – l’Italia e gli italiani escono da questa vicenda molto meglio degli svedesi e oggi più che mai ci sentiamo orgogliosi del nostro Paese”.

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