Portare Coppola e Oliver Stone ad AstiLa città e la cultura secondo Cotto
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Portare Coppola e Oliver Stone ad Asti
La città e la cultura secondo Cotto

La nostra intervista a Massimo Cotto, assessore alla Cultura che dovrà trovare per la città una nuova vocazione legata a musica, teatro e cinema. Le idee non mancano: come il progetto dell'Accademia della Musica nello spazio Leonardo da Vinci, un luogo che sarebbe unico al mondo con le sue collezioni di dischi, museo e spazi espositivi. Sullo sfondo, le criticità ancora da superare nel sistema museale cittadino

La sua nomina è stata definita “tecnica” ma forse sarebbe meglio dire strategica per una città che, proprio della Cultura, vuole fare il proprio punto di forza per uscire dalla crisi e trovare una nuova vocazione. Come vive questa responsabilità?
Ho deciso di rinunciare a quasi tutti gli altri incarichi per affrontare questo primo anno di lavoro. Durante la settimana, dalle 8.30 alle 19, sono in assessorato per ascoltare la gente, le proposte che mi vengono presentate e cercare di accendere tantissimi fuochi perché sono convinto che sia necessario far capire quanta luce e calore si stia producendo in questo settore.
Qual è lo stato di salute della Cultura astigiana?
Direi che lo stato di salute è da corsia psichiatrica. Scherzi a parte, tutto dipende dal modo in cui percepiamo la Cultura: ci sono certe città che vivono anche di rendita, vedi Parigi o Roma. Asti, invece, deve caratterizzarsi per il fare e non solo per essere. Il mio compito è quello di movimentare la vita della città ma oggi manca la capacità di percepire che si sta vivendo in un momento importante da questo punto di vista.
Già, ma per far sapere cosa organizza il Comune ha dovuto creare dei totem, anche un po’ provocatori, invitando i cittadini, soprattutto i giovani, a proporre nuove idee. Ne sono arrivate?
Ad essere sinceri non c’è stato un solo giovane sotto i 25 anni che sia venuto a proporre qualcosa o a dire questo va bene, quello no. Io sono convinto che Asti sia una città ricca di fermenti culturali ma non si è ancora riusciti a mettere in rete tutti gli stimoli che ci sono. Il Comune può invece permettersi di farlo ed è quello che voglio realizzare durante il mandato.
Invece sopra i 25 anni ci sono stati cittadini che le hanno lanciato proposte interessanti?
Qualcosa c’è. Sono venute delle persone a propormi un’associazione per coinvolgere gli astigiani nell’organizzare delle mostre d’arte. Un’idea su cui stiamo ragionando si chiama “A cena con l’arte” e dovrebbe tradursi in tre incontri con un invitato speciale, ad esempio un quadro di Andy Warhol, dove si riprende l’idea di cenacolo per stare insieme e discutere d’arte. Attenzione, nessuna voglia di creare eventi per quelle persone che ritengono la Cultura solo uno specchio per farsi vedere. Io cerco una forma di Cultura che ti aiuti meglio a capire chi sei, momenti che non diano risposte ma offrano domande. Insomma, non voglio avere 40 esperti d’arte che si citano addosso intorno ad un tavolo ma 100 persone che si avvicinano al quadro di Warhol per vedere di che cosa stiamo parlando.
Se si pensa alla fruibilità della Cultura si pensa subito ai musei cittadini che stanno subendo un notevole incremento nell’offerta. Il passo successivo quale sarà?
Sarà quello di riorganizzare tutto il sistema museale andando a risolvere le criticità che ci sono. Tanto per cominciare il Comune non ha abbastanza personale da destinare ai musei e si tratta di un problema non da poco. La questione successiva è la contestualizzazione: se viene fatta una certa iniziativa che si integra naturalmente in un dato museo sono ben felice di ospitarla ma non si può più pensare che un museo debba surrogare la mancanza di spazi espositivi.
Cos’è per lei la Cultura?
E’ quell’elastico che si tende tra il passato e il futuro per capire meglio il presente. E’ un modo per mettere in relazione i tre tempi delle nostre vite.
Lei vorrebbe creare un’Accademia della Musica nell’ex caserma dei vigili urbani. Ci spieghi meglio il progetto.
Abbiamo la possibilità di attingere a due fondi, dal Pisu e dal Piano città. Sul Piano città ci sono 860 mila euro da destinare alla ristrutturazione urbanistica dell’immobile. Lì dentro ho in mente di realizzare la Fabbrica dell’Arte, un’accademia dello spettacolo dove si insegneranno tutte le sue discipline, dove ci sarà un Museo della Musica, a metà strada tra l’Hard Rock Cafe e il Museo della Musica di Seattle. Sarà possibile trovare vinili, cd e cassette in un vasto catalogo; io stesso metterò a disposizione 35mila dischi ed esporrò 135 quadri dipinti da 75 diversi musicisti. Poi vorrei realizzare la prima Biblioteca al mondo del Libro musicale. Tutto lo spazio centrale diventerà espositivo per mostre permanenti. In più ci sarà un palco dove fare musica, reading e spettacoli teatrali.
Ma c’è dell’altro, vero?
Sì perché abbiamo in programma di fare un workshop di fotografia con la presenza di Guido Harari che ha realizzato le copertine di tutti i più grandi musicisti. Chi si iscriverà al workshop, oltre ad imparare gli aspetti tecnici con lui, potrà accreditarsi per fare le foto ad Asti Musica e Asti Teatro.
Harari è un nome importante ma, se parliamo di grandi nomi, sarà probabilmente lei a dover riaprire Palazzo Alfieri.
Lo riapriremo per una mostra ma è chiaro che una parte del mio lavoro è di sviluppo e innovazione mentre un’altra è di consolidamento. Abbiamo trovato i soldi per completare la ristrutturazione e penso che sia giusto che il Comune torni ad occuparsi in prima persona di quel cantiere. Ricostruiremo la stanza di Vittorio Alfieri ma, anche se alle finestre mancheranno quelle particolari tende che c’erano una volta, questo non impedirà di riaprire l’edificio.
Se gli imprenditori astigiani fossero un po’ più mecenati dell’arte pensa che non saremmo arrivati a questo punto con casa Alfieri?
La realtà imprenditoriale astigiana è potente e benestante e sarebbe anche bello se ci fosse una collaborazione in questo senso. In America qualunque teatro è una parte importate della città e quando serve tutti tirano fuori i soldi. Invece, ad Asti, parlando sempre di teatro c’è un approccio molto diverso: qui tutti pensano di avere diritto di utilizzare gratis il Teatro Alfieri che al Comune costa 750 euro a serata. Quando ebbi la possibilità di portare Bob Dylan ad Asti e mi rivolsi ad un privato per cercare uno sponsor la risposta fu che non era interessato a fare pubblicità ad Asti.
Quant’è importante la promozione per la cultura astigiana?
Il Comune fa tante cose ma non riesce a raccontarlo. Non ci sappiamo vendere. La qualità degli eventi è importante ma la popolarità della qualità è un’altra cosa perché la grandezza di una città non si può commisurare dalla popolarità dei personaggi che ospita. Però è tempo di dire basta alla cultura della “lamentazione” dove tutti si lamentano invece di darsi da fare.
Qual è il suo sogno per Asti?
Vorrei lavorare di più sul fronte del cinema. Atlantide è un progetto che mi piacerebbe portare avanti e nel quale far interagire tutte le espressioni dell’arte. Poi vorrei portare grandi registi per fare lezioni sul cinema e parlo di Scorsese, Coppola e Stone. Un progetto bellissimo, non mio ma di Steve Della Casa (Torino Film Commission ndr), è “l’incompiuta”, ovvero portare a termine i progetti dei grandi registi che non sono stati ancora realizzati. Infine c’è Pastrone che meriterebbe più soldi e spazio.
Quale canzone sceglierebbe come colonna sonora del suo assessorato?
Sceglierei uno slogan di Leonard Cohen: le mie canzoni sono come le Volvo vanno piano ma non si fermano mai.

Riccardo Santagati
Twitter: @riccardosantaga

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