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Asti, morì cadendo nel fosso in corso Alba senza transenne ma nessuno è responsabile

Archiviata la posizione dei due indagati, entrambi dipendenti della Provincia. La pensionata finì nel canalone dopo essere scesa dall'autobus, di notte, e fu ritrovata quattro giorni dopo

La battaglia legale della figlia

Fino all’ultimo ha chiesto che i responsabili della morte della madre venissero messi di fronte alle loro responsabilità, anche dando mandato all’avvocato Mirate di opporsi all’archiviazione del caso già proposta proprio un anno fa. Ma qualche giorno fa è arrivata la decisione del gip Giannone: nessuno è penalmente responsabile della tragica fine di Angela Maria Sonnessa, 73 anni, la pensionata che nel gennaio del 2015 perse la vita dopo essere finita in un canalone che attraversa corso Alba.
La donna, come molti lettori ricorderanno, abitava nel quartiere e quella sera fece ritorno a casa a bordo dell’autobus. Per una distrazione “saltò” la sua solita fermata e scese a quella dopo, una delle ultime della linea visto che si trovava già quasi in aperta campagna.
Era già quasi buio e la donna, una volta scesa, ha imboccato il marciapiede procedendo verso il quartiere di corso Alba per raggiungere casa. Non poteva certo immaginare che quel marciapiede finisse direttamente sulle sponde di un profondo canale di scolo, senza un minimo sbarramento di sicurezza per impedire alle persone di finirci dentro.

Angela Maria Sonnessa, la vittima

Trovata quattro giorni dopo

Così è morta la donna, nella caduta, e lì, in fondo al canale profondo tre metri è stata ritrovata dopo quattro giorni di ricerche disperate della sua famiglia. Il suo corpo già in condizioni alterate dal tempo passato all’aperto, dalle ferite e dal passaggio degli animali.

La vicenda aveva aperto un acceso dibattito sulla mancata sicurezza di quel tratto di strada, con l’assurdità di un marciapiede che finisce nel “nulla”. Cui era seguito un rimpallo di responsabilità fra Provincia e Comune di Asti sulla competenza proprio del tratto in questione.
In mezzo alle varie discussioni la voce e la disperazione di Sara Lo Sasso, la figlia di Angela Maria, che chiedeva giustizia per l’assurda morte della madre.
Sostenuta da molti cittadini toccati dalla storia che nei mesi seguenti all’incidente si erano anche prodigati per ripulire la sponda del canalone in modo da renderlo visibile e riparando alla meglio il salto nel vuoto con alcune fettucce prima dell’apposizione di transenne più robuste e sicure.Aveva gridato la sua sete di giustizia alle televisioni nazionali e aveva sporto una denuncia per risalire alle responsabilità.

 

I due indagati

La Procura di Asti aveva individuato due indagati: Paolo Biletta e Luigi Briola, il primo dirigente dell’Area Territorio della Provincia di Asti e il secondo dipendente sempre della Provincia con mansione di capo reparto della zona in cui è avvenuto l’incidente, entrambi difesi dall’avvocato Caliendo.

Per il gip la strada è del Comune

Nelle sue motivazioni di archiviazione della posizione di entrambi, il gip Giannone dirime l’annosa questione sulla competenza dicendo che quel tratto è di proprietà comunale, dunque i due indagati non hanno responsabilità in merito.
E poi aggiunge che il fosso si trovava all’esterno del sedime stradale dal quale era separato da un guard rail e che era visibile in ogni condizione tranne che al buio.
«Peccato che mia madre arrivasse dal marciapiede e non dalla strada e che l’incidente sia proprio avvenuto una sera d’inverno quando già era buio» è il commento di Sara Lo Sasso alla lettura dei motivi di archiviazione.

«Non mi aspettavo  questa decisione»

«Sinceramente non mi aspettavo questa fine – confida – soprattutto dopo il deposito di una consulenza tecnica che arriva a tutt’altre conclusioni. Ma la cosa che, ancora oggi, mi stupisce e mi indigna è che abbiano realizzato una fermata di autobus su un marciapiede che dopo pochi metri finiva nel vuoto. Come potevano non prevedere che qualcuno si sarebbe potuto far male? Ma nessuno va a controllare queste cose?».
Resta grande l’amarezza di una figlia che per cinque anni ha sostenuto, non senza difficoltà, la battaglia per la morte della madre.
«Ho fatto tutto quello che potevo per dare giustizia a mia madre, ora mi arrendo. Sia per questioni economiche, sia per questioni emotive, visto che una vicenda giudiziaria di questo tipo è un continuo peso affettivo nel ricordo di quanto successo».

2 Commenti

  • Fabrizio Gianoglio ha detto:

    Un quesito da sviluppare,se credete. Perchè circa la metà del personale scolastico (insegnanti e non) si è rifiutato di sottoporsi al test sierologico relativo al Covid ? Sarebbe interessante conoscere le motivazioni di questo comportamento da parte di chi pretende che noi genitori ” si collabori “adesso che riprende l’anno scolastico. Noi collaboreremo (speriamo tutti) mandando a scuola i nostri figli in salute, ma loro (prof. e maestri) evidentemente non vogliono fare altrettanto. Meglio asintomatici (e contagiosi) che “sgabelli” della Azzolina…

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