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Omicidio Casale: condanna a 16 anni
per il terzo complice dei picchiatori

In Corte d'Assise i giudici non credono all’imputato. Ritenute fondate le accuse sostenute dal pm, che aveva chiesto 24 anni e mezzo di reclusione. La difesa appassionata: «Non credete a Ionut». La tesi è che il nome di Dochitei sia stato fatto solo perché i due arrestati sapevano di essere intercettati. Già presentato il ricorso in appello …

La Corte d’Assise di Asti considera Costel Dochitei il terzo complice che nella notte fra il 31 marzo e il 1 aprile del 2010 aiutò i fratelli Marchidan a pestare a morte l’imprenditore castelnovese Carmelo Casale, detto Lucio, ritrovato morto in una cascina in via di ristrutturazione di Capriglio. Con una condanna a 16 anni, che lo equipara a quella riportata in rito abbreviato dai Marchidan, giudici togati e giudici popolari non hanno creduto alla sua dichiarazione di innocenza e hanno invece ritenuto fondate le accuse sostenute dal pm Paone (che aveva chiesta una condanna a 24 anni e mezzo). Discussione e sentenza sono avvenute tutte nel pomeriggio di mercoledì.

Lunga la requisitoria di Paone il quale, in taluni passi della ricostruzione, ha ammesso con grande onestà intellettuale che a carico di Dochitei non c’erano prove schiaccianti e neppure “riscontri potenti”. Ma quello che era stato raccolto durante indagini e processo era comunque sufficiente a collocarlo insieme ai Marchidan la sera dell’omicidio. Due i capisaldi su cui si è basata l’accusa: le dichiarazioni i Ionut Marchidan, reo confesso dell’omicidio e alcune intercettazioni fra lo stesso Marchidan e il fratello in cui emerge “Ursu”, il soprannome di Dochitei, connazionale romeno di 25 anni, loro ospite per qualche mese in cerca di lavoro.

Per Paone, Ionut Marchidan è attendibile quando parla della partecipazione di Dochitei al pestaggio mortale ancor più se si pensa che le modalità che hanno portato all’omicidio di Casale prevedevano la partecipazione di più persone. «Ionut è sempre stato coerente nelle sue dichiarazioni, sia al momento di confessare, sia qui in aula -ha detto Paone- mentre la stessa cosa non si può dire per Dochitei che ha più volte modificato il racconto di quella sera e dei giorni che la precedettero».

Lettura completamente opposta quella fatta dalla difesa, sostenuta dall’avvocato Gariglio. «Ionut non può essere attendibile perchè è evidente che ha tentato, fin da subito di scagionare il fratello Liviu tirando dentro Dochitei». E ha fatto un’interessante osservazione sulla lettura delle intercettazioni telefoniche e ambientali fatte ai Marchidan. «Prima degli arresti, nelle conversazioni non si è mai fatto il nome di Dochitei e, anzi, si capiva che si preoccupavano solo per loro due. Da quando sono stati arrestati, forse prevedendo che sarebbero stati “ascoltati”, hanno cominciato a fare il nome di “Ursu”».

Convinto che il nome di Dochitei sia stato fatto apposta perchè sapevano di essere intercettati. Dochitei non è stato riconosciuto da alcun testimone in aula nè è mai stato visto prima con la vittima; non aveva movente e, non essendo in possesso di cellulare, non è mai stata provata la sua presenza nei luoghi del pestaggio e dell’abbandono del cadavere. Ma la Corte è convinta che lui sia il terzo complice. Appena pubblicate le motivazioni, Gariglio ha già annunciato ricorso in Appello.

Daniela Peira

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