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Cronaca
Emergenza cinghiali

Emergenza cinghiali, come cambiano le strategie di semina

Abbiamo sentito gli agricoltori che tentano di salvare i loro raccolti. E criticano il sistema degli indennizzi

In trincea ci sono loro, gli agricoltori, che devono inventarsele tutte per salvare i raccolti.
Come è cambiata la strategia di semina per evitare le devastazioni (e le perdite economiche) che provocano danni dell’ordine di decine di migliaia di euro come accaduto la scorsa annata agricola?
Rispondono alcuni coltivatori che la scorsa primavera sull’onda dei danni dovuti alla proliferazione dei cinghiali si sono riuniti per condividere scelte e decisioni.
«Abbiamo tenuto conto dei campi in cui ci sono stati più danni l’anno scorso – risponde Anna – e quest’anno sostituiamo il mais con la soia e recinteremo tutto con il filo elettrico».
La soia viene ugualmente attaccata dai cinghiali ma un po’ meno perché provoca loro disturbi digestivi. Ma non tutti possono rinunciare al mais, soprattutto gli agricoltori che lo coltivano per alimentare gli allevamenti di bovini delle loro stalle.
«Noi abbiamo virato verso erba medica, sorgo da insilato e da sfalcio» fa eco Daniele.
«Metterò il filo elettrico ovunque, anche se è una grande spesa – dice Gigi – Costa circa 150 euro a giornata e io devo elettrificare 20 giornate di terreni».
Proprio il recinto elettrificato, ritenuto uno dei sistemi dissuasivi ad oggi più diffusi, rappresenta un costo e un lavoro in più per gli agricoltori perché va tolto e installato ogni anno e necessita un diserbo maniacale per fare in modo che l’erba non tocchi i fili e scarichi le batterie. In molti campi, devono essere racchiuse in gabbie con lucchetto per evitare i furti. Tutte operazioni che, moltiplicate per i perimetri di campi estesi, porta via moltissimo tempo.
«Il filo funziona se sono in pochi a usarlo – dice Elio – perché se tutti lo mettono i cinghiali, spinti dalla fame, travolgono tutto ed entrano lo stesso».
Altro capitolo molto caldo è quello degli indennizzi che non soddisfano affatto gli agricoltori. Questo perché vanno a tacitare solo il costo del seme “mangiato” dai cinghiali ma non tiene conto della lavorazione che comprende il tempo impiegato per riseminare e i costi vivi dei macchinari utilizzati, primo fra tutti il gasolio dei trattori oggi alle stelle.
Arrivano un po’ di esempi.
In un caso un’azienda agricola ha perso 200 quintali di mais che, pagati a circa 20 euro al quintale, verde, fanno circa 4 mila euro a fronte di un indennizzo di 1600 euro.
Un altro caso è quello del coltivatore di zucchini che aveva messo giù centinaia di piantine in una serra riscaldata subendo danni da cinghiali per 2500 euro; gliene sono stati riconosciuti 300 di danni.
Gli indennizzi vengono poi pagati a distanza di molti mesi dalla constatazione del danno «mentre noi le fatture delle sementi le paghiamo al massimo a 60 giorni» dicono in coro gli agricoltori.
La risemina ha poi diversi problemi colturali: accorcia il ciclo di produzione, toglie uniformità alle coltivazioni, abbassa le rese e aumenta le difficoltà di lavorazione dei mezzi meccanici sempre più precisi e sofisticati.

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