Giornata della Memoria, "Il fascismo ci avviliva ogni giorno"
Cronaca

Giornata della Memoria, "Il fascismo ci avviliva ogni giorno"

Se ad Asti si vuole comprendere la Shoah vista con gli occhi dei bambini, si può domandare a Maria e Paolo Debenedetti che in quegli anni frequentavano le scuole elementari. Figli di una famiglia

Se ad Asti si vuole comprendere la Shoah vista con gli occhi dei bambini, si può domandare a Maria e Paolo Debenedetti che in quegli anni frequentavano le scuole elementari. Figli di una famiglia ebrea della ricca borghesia astigiana furono costretti ben presto a fare i conti con le leggi razziali promulgate nel 1938 e successivamente con la paura delle denunce che avrebbero significato l'arresto e la deportazione in Germania. Tra i primi ricordi di Maria Debenedetti, psicologa, riguardo alla Shoah figura il giorno dell'attacco di Adolf Hitler alla Polonia, il 1°settembre 1939 e Maria definisce i 30 giorni successivi come «la notte più lunga di tutta la sua vita».

«In Italia per gli ebrei la situazione era difficile già da un anno a causa delle leggi razziali ? spiega Maria – Un anno prima mio padre, Ettore, primario e ispettore sanitario nell'Ospedale di Asti, fu spogliato delle sue cariche e costretto a lavorare gratuitamente. La paura di essere arrestati era costante. In via Massimo d'Azeglio avevamo una villetta il cui giardino comunicava con quelli adiacenti. In caso di pericolo, grazie ad un passaggio si sarebbe potuto raggiungere il convento di Santa Rita e chiedere asilo». Maria Debenedetti aveva solo 10 anni all'epoca. Una bambina che aveva ben chiara la situazione: «A scuola gli studenti dovevano indossare la divisa fascista il sabato mattina. Mia madre si era sempre opposta ma io avevo capito che quel comportamento rischiava di diventare pericoloso per la mia famiglia. Così insistetti con mia madre e alla fine lei cedette e me ne fece realizzare una. Il Fascismo avviliva ogni piccolo aspetto della quotidianità».

Una quotidianità però che si vive sempre più a fatica. Quando la minaccia della deportazione comincia a farsi reale per la famiglia Debenedetti non resta che nascondersi o fuggire all'estero.«Mio nonno Lilin (l'avvocato Israel Debenedetti) aveva 90 anni e non riusciva a capire perché doveva nascondersi in casa di amici, non ebrei. "Non ho fatto niente e ho i miei diritti, c'è lo Statutu (lo Statuto Albertino)" ripeteva. Per fortuna la città di Asti ci ha sempre protetto. In un certo senso quello fu, forse, il momento morale più alto del popolo italiano. Buona parte della popolazione non accettò le leggi razziali e non si rese complice di questo abominio».

Anche Attilio, il fratello maggiore di Ettore riesce a trovare ospitalità e rifugio presso una famiglia astigiana che lo nasconde. Ad Asti i rastrellamenti c'erano ma non erano frequenti come nelle grandi città. Per gli altri parenti la sopravvivenza diventa questione di ore. «Mio zio Rodolfo fu costretto ad abbandonare la sua fabbrica di Torino, prendere moglie e figli e fuggire in Svizzera. Mia cugina Jolanda cercò di raggiungerlo con il marito ma sul confine fu bloccata e rimandata indietro. Ormai le richieste di asilo da parte delle famiglie ebree erano cresciute esponenzialmente e la Svizzera accettava solo più quelle con figli. Mia cugina fu quindi catturata e deportata ad Auschwitz. Non fece più ritorno».

Ricordi dolorosi anche a distanza di anni. Maria Debenedetti conclude: «Faticavamo a comprendere le leggi razziali perché la nostra comunità era perfettamente integrata da decenni. Ci sentivamo prima di tutto italiani. La Shoah ha costretto gli ebrei a tornare a sentirsi ebrei. I superstiti hanno dovuto costruirsi una doppia identità di appartenenza: quella di cittadini dello stato italiano e quelli di membri della comunità ebraica».

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