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Maria Teresa Novara, 50 anni dopo: i ricordi del carabiniere che scattò la foto simbolo di quel dramma

Marco Viada, all'epoca giovane brigadiere a Torino, identificò il carceriere di Maria Teresa e partecipò alla perquisizione in cui venne rinvenuto il suo corpo senza vita

All’epoca era brigadiere a Torino

Fra chi, 50 anni fa, si è occupato del caso di Maria Teresa Novara e da allora non ha potuto più fare a meno di pensare che si sarebbe potuta salvare, vi è sicuramente Marco Viada. Ora in pensione, allora era brigadiere al Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Torino.
Viada e i suoi colleghi si occuparono dell’identificazione di quel ladro che, l’8 agosto del 1968, nel tentativo di sfuggire ad un inseguimento dei carabinieri dopo aver perpetrato un furto a Chieri, si gettò nel Po insieme al suo complice. Quest’ultimo riuscì a guadarlo e venne tratto in salvo da uno dei carabinieri sulle loro tracce, l’altro invece morì annegato.

Marco Viada, al centro, con Marilina Veca e Stefano Cattaneo autori di un libro su Maria Teresa

Identificò Bartolomeo Calleri

Passarono tre giorni per identificare la salma in Bartolomeo Calleri e, visto il silenzio del complice che si era salvato, questo fu possibile solo grazie ad una ricevuta trovata nella tasca dei pantaloni. Da lì i carabinieri risalirono alla residenza di Calleri, quella cascina Barbisa sulla sommità di una collina di Canale. Viada e i suoi colleghi salirono alla Barbisa per fare un sopralluogo alla ricerca soprattutto di armi e di eventuale refurtiva, dati i precedenti di Calleri già lo stesso giorno, l’11 agosto, ma trovarono l’allora maresciallo del posto che si oppose, vivendo quella dei colleghi torinesi come un’ingerenza sul suo territorio. Se la perquisizione si fosse tenuta quel giorno, i militari avrebbero trovato Maria Teresa ancora viva.

Quella perquisizione alla Barbisa il 13 agosto del 1969

Invece Viada e gli altri tornarono alla Barbisa solo il 13 agosto, dopo aver ottenuto un mandato dal giudice. In casa non trovarono nulla di interessante, salvo un anello di ferro fissato al muro e nascosto da un divano. Si pensò ad un rimasuglio della ristrutturazione della stalla; si scoprirà che era lì che Maria Teresa veniva legata per impedirle di fuggire. Un carabiniere, perlustrando l’area del portico si accorse di uno strano segno in mezzo a polvere e paglia, si abbassò e, pulendo meglio, scoprì una pesante lastra di ferro che conduceva ad una botola sotterranea di ridotte dimensioni, senza circolazione d’aria. Lì giaceva il corpo senza vita di Maria Teresa.

Lui scattò la foto di Maria Teresa nella botola mortale

Marco Viada è il carabiniere che pochi minuti dopo la scoperta scattò la foto-simbolo di questa drammatica vicenda, quella in cui si vede Maria Teresa così come apparve ai primi che scesero nella botola. «Un’immagine che non ho mai dimenticato e mai dimenticherò – ebbe già modo di dire Marco Viada – La notte del rapimento di Maria Teresa nacque Paolo uno dei mei quattro figli e non potei non ragionare da padre nel vedere come era stata ridotta quella povera bambina». Proprio quel figlio che, nel settembre scorso, è mancato.

Ogni anno torna da Bozzola e alla Barbisa

Ogni anno, dal 1969, Viada incontra il procuratore Bozzola con il quale rinsalda l’amicizia nata in quell’occasione e sale alla Barbisa alla ricerca di una nuova verità. Fino alla sua morte interrogò anche Borlengo, il vicino di casa che sapeva della presenza di Maria Teresa in quella casa.

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