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Orecchio di Venere: dieci anni di aiuto alle donne maltrattate

Nato in seno alla Croce Rossa, il Centro Antiviolenza di Asti traccia il bilancio di quanto fatto

Volontarie della Croce Rossa

In dieci anni l’iniziale sparuto gruppo di volontarie della Croce Rossa capeggiate da Elisa Chechile ha saputo tessere una rete intorno alle donne vittime di violenza che oggi fanno di Asti un modello da seguire in tutta Italia.
Per questo era importante ricordare il decennale della nascita del Centro Antiviolenza L’Orecchio di Venere, una “costola” importante della Croce Rossa di Asti per tutte quelle donne (la stima è di 1 su 5) che hanno subito o stanno subendo violenza all’interno delle mura domestiche (e non solo).
Un lavoro meticoloso, quello dell’Orecchio di Venere che all’inizio ha goduto di una fiducia “a scatola chiusa” da parte del direttivo Cri.
A confidarlo è lo stesso presidente Stefano Robino che ricorda: «Quando Elisa ha proposto l’apertura di uno sportello per assistere le donne vittime di violenza molti di noi non erano in grado di affrontare emergenze di questo tipo. Grazie alla sua costanza e all’immenso che ha dedicato a questo progetto, oggi possiamo dire che ad Asti, se una donna subisce violenza, ha una rete forte e importante che la supporta e un indirizzo sicuro cui rivolgersi».

Film per entrare dentro la violenza

Una festa di compleanno un po’ particolare, quella dell’Orecchio di Venere cui hanno partecipato anche le “consorelle” di Mathi, Acqui Terme, Mondovì e Crescentino (in ognuna di queste località esiste uno sportello o un centro Cri antiviolenza). Visto che la parola d’ordine è “non abbassare mai la guardia su questo fenomeno”, particolarmente intenso è stato il momento di proiezione, al Diavolo Rosso, di alcuni selezionati filmati con interviste o cortometraggi su questo tema.
Immagini forti e a tratti impressionanti che hanno però il vantaggio di far entrare gli spettatori dentro la violenza, di non esonerare nessuno dalle proprie responsabilità. Nemmeno chi ha la fortuna di vivere in una famiglia senza violenza ma sa di donne che invece la subiscono. «L’omertà aiuta l’aggressore, non la vittima» è la frase con cui si è chiuso uno dei cortometraggi più crudi.
Ma per ogni lato oscuro, ve ne è sempre uno di luce ed è stata la mostra fotografica di Costantino e Cavalsani a mostrarla, con una sequenza di foto che rappresentano la violenza e la rinascita.

Il modello astigiano finisce in una tesi di laurea

All’incontro di domenica pomeriggio era presente anche Elisa Bertone, una giovane studentessa astigiana in Lingue e Letteratura Moderne con una tesi di antropologia culturale dal tema “Donne vittime di violenza: la realtà astigiana fra ascolto, accoglienza e rifugio”. Proprio all’Università di Torino in primavera avevano tenuto una lezione Elisa Chechile nel suo ruolo di referente del Centro Antiviolenza astigiano accompagnata dal tenente Roberto Iandiorio in rappresentanza dei carabinieri astigiani che negli scorsi anni hanno fatto un lungo percorso formativo per l’accoglienza di denunce legate alla violenza sulle donne. Della rete astigiana fa parte ovviamente anche la Questura che ha da anni un proprio progetto di sensibilizzazione “Questo non è amore” e che, come ha ricordato il Questore di Asti Alessandra Faranda Cordella, è dal 1960, dai tempi dell’allora Polizia Femminile, che si occupa di accoglienza di donne e bambini maltrattati. Oggi la Polizia ha uno strumento di prevenzione in più: l’ammonimento del Questore al maltrattante per dargli la possibilità di “cambiare rotta”.

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