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Cronaca

Processo Barbarossa, le ammissioni di uno dei “big”: «A Costigliole tutti sapevano che comandavamo noi»

Lunga e importante testimonianza di Salvatore Stambè

La testimonianza di Salvatore Stambè

Una testimonianza lunga che ha catalizzato quasi tutta l’udienza di stamattina al processo Barbarossa, ripreso dopo uno stop di due settimane per consentire al nuovo presidente del collegio di giudici, il dottor Giannone, di prendere visione delle testimonianze e degli atti già prodotti con gli altri due presidenti che si sono succeduti, la dottoressa Chinaglia e il dottor Amerio. La prima eletta al Csm e il secondo trasferito alla Corte d’Appello di Torino.

Sul banco dei testimoni, nella veste di “imputato di reato connesso” si è seduto Salvatore Stambè, uno dei personaggi di spicco dell’intera inchiesta sulle infiltrazioni ‘ndranghetiste fra Costigliole ed Asti.

Già condannato a 11 anni e 8 mesi

Già condannato in rito abbreviato a 11 anni e 8 mesi, Stambè ha risposto a tutte le domande che gli sono state poste dal pm Cappelli. Tutte tranne una, quella che con la quale il pm gli chiedeva il nome di chi lo avesse affiliato alla ‘ndrangheta.

Per il resto, le sue dichiarazioni sono state una totale ammissione di tutti i capi di accusa che lo hanno riguardato, con qualche piccola precisazione o sfumatura del tutto ininfluente sul piano accusatorio.

Estorsione al piastrellista

Nell’ordine ha ammesso l’estorsione al piastrellista di Costigliole al quale avevano chiesto 2 mila euro o, in alternativa, l’assunzione del nipote all’epoca disoccupato. «Gli ho anche detto che i soldi ci servivano per mantenere i nostri parenti in carcere. Non era vero, ma serviva per mettergli pressione» ha detto Stambè in aula.

Minacce al ladro non autorizzato

Altra ammissione è la spedizione minatoria sulla piazza della Madonnina sotto casa dell’uomo accusato di aver fatto un furto di soldi e arnesi agricoli ad un uomo di 90 anni. «E’ vero, usammo parole pesanti e lo minacciammo di portarlo a Tanaro insieme a suo fratello se non avesse restituito i soldi al vecchio». Tirando in ballo, per quell’occasione, anche Sandro Caruso, anch’egli sotto processo ad Asti, indicandolo come amico che era a conoscenza di alcuni degli “affari” degli Stambè.

Salvatore Stambè non ha avuto problemi in aula a ripercorrere tutti quelli che lui ha definito “lavori” fatti fra il 2014 e il momento degli arresti da parte dei carabinieri di Asti.

Tutti i loro “lavori”

“Lavoro” era quello che lui e alcuni suoi parenti e amici facevano per un imprenditore della zona, ad esempio, che li aveva incaricati di fare atti di vandalismo contro dei concorrenti (come bruciare auto, mettere zucchero o acido nei serbatoi dei mezzi di lavoro, mettere bossoli sulle auto per minaccia) a fronte di pagamento di cifre che andavano dai 4 mila euro in su.

«Ci ha sempre pagato per fare questi “lavori” – ha detto in aula Stambè – e noi ci siamo offerti per proteggerlo e difenderlo».

Facevano “recupero crediti” con le minacce

Capitolo a parte, invece, quello che riguarda l’attività di Stambè e del suo gruppo di “recupero crediti”. L’uomo, in aula, ha ricordato quando con Fabio Biglino, il nipote Michele e Ughetto sono andati vicino a Pinerolo a casa di un debitore di Biglino per minacciarlo. Ha parlato di una sediata in faccia all’uomo che era stato poi anche bloccato mentre tentava di scappare e solo l’intervento dei figli ha scongiurato il peggio.

«Sui crediti riscossi noi prendevamo una percentuale che andava dal 30% al 50% oltre alle spese vive che sostenevamo come la benzina per l’auto».

«Ci siamo fermati solo perchè ha mostrato la cicatrice»

Un altro “lavoro” di recupero crediti è quello raccontato nell’udienza precedente da un imprenditore di Castelnuovo Don Bosco che era stato sottoposto ad un intervento chirurgico molto complesso quando è stato attirato, sempre secondo il racconto di Stambè, in un incontro-trabocchetto davanti al cimitero di Isola. «Doveva dei soldi a Giacosa (altro imputato nel processo di Asti) e noi l’abbiamo spaventato un po’. Eravamo già andati a casa sua una volta per convincerlo a saldare il suo debito, ma non aveva ancora restituito tutto. Quella volta al cimitero di Isola siamo quasi arrivati a picchiarlo, poi ci ha fatto vedere la lunga cicatrice e ci siamo calmati». In quell’occasione gli era stato detto «Qui è zona nostra e con noi non devi fare lo scemo».

«La gente era sottomessa a noi»

Posizione di potere e predominio ribadita in aula: «Comandavamo noi perchè la gente era sottomessa a noi. A me, a mio nipote (Michele Stambè), a mio cognato (Salvatore Carè) a Luca Scrima e ad altri del nostro gruppo. La gente di Costigliole lo sapeva che comandavamo noi».

L’udienza riprenderà martedì prossimo. Previste anche due udienze nell’aula bunker delle Vallette di Torino per le testimonianze di due pentiti.

 

 

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