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Cronaca
Sentenza

Viarigi, padre e figlio assolti dall’accusa di traffico illecito di rifiuti

Sono Pierluigi e Massimo Accornero che erano stati indagati e poi processati dalla Procura della Repubblica di Benevento per sversamento illegale di fanghi da cava

Si chiude in primo grado con una assoluzione con formula piena la vicenda che aveva visto protagonisti, nel 2014, Pierluigi e Massimo Accornero, padre e figlio di Viarigi titolari di una società che lavora nel campo del trattamento delle sabbie silicee.

Il Tribunale di Benevento, nei giorni scorsi, a fronte di una richiesta  del pm di condanna a 6 anni e 6 mesi, ha assolto padre e figlio perché “il fatto non sussiste”.

L’accusa mossa dalla Procura, che aveva anche disposto l’arresto ai domiciliari nel 2014 di padre e figlio  riguardava i fanghi da miniera e cava depositati sul  territorio beneventano sia in terreni di privati, sia presso un’ex cava e anche nella miniera di Castelpagano, in violazione della normativa concernente la tracciabilità dei rifiuti.

Inoltre, sempre secondo l’accusa, veniva omesso di prevedere al trattamento di questi rifiuti e di procedere al rimboschimento del sito adibito allo sversamento violando le clausole che erano state esposte nella concessione amministrativa. Secondo la Procura della Repubblica di Napoli, «tali violazioni ambientali sono state rese possibili per oltre un decennio anche grazie al comportamento infedele dei pubblici funzionari e di alcuni autotrasportatori privati che si sono resi funzionali nel processo di progressiva trasformazione in discarica di un sito boschivo del Sannio».

Un castello accusatorio che non  ha trovato conferme in primo grado. Già nel 2016 un pezzo di inchiesta era stata sgretolata dal Gup di Napoli che, in udienza preliminare, aveva dettato il “non luogo a procedere” per dodici capi di imputazione fra i quali, quelli più gravi di associazione a delinquere e truffa.

La sentenza dei giorni scorsi spazza via anche le restanti accuse.

Amaro il commento di Pier Luigi e Massimo, padre e figlio, e titolari della Accornero: «A seguito di una denuncia di un privato, ci hanno arrestato per 1 mese, privandoci ingiustamente del bene più prezioso che tutti noi abbiamo, la libertà personale, la Regione Campania ci ha sospeso la possibilità di scavare nella miniera di Castelpagano, obbligandoci, di fatto, a chiudere l’attività dell’impianto di Riccia e la conseguente vendita della sabbia.

Tutto ciò  ha comportato:  la perdita di un mercato da circa 2,5 milioni di euro di fatturato  l’anno, il licenziamento di 15 dipendenti più la perdita del lavoro di un indotto pari a circa 30 persone, il blocco dei conti bancari per un certo periodo di tempo, una crisi economica e finanziaria per l’Accornero, che,  andandosi  ad aggiungere a quelle già esistenti nel panorama italiano ed  europeo, ha  messo di fatto “in ginocchio” la società che da quel momento in poi non è più stata in grado di riprendersi ed è stata  costretta a ricorrere ad una procedura di “ristrutturazione del debito”, ancora oggi in corso, oltre ovviamente  al sostenimento delle spese legali.

Da un punto di vista personale abbiamo dovuto subire l’onta di accuse ingiuste ed accettare la cattiveria ed il fango che l’opinione pubblica ci ha tirato addosso in questi otto lunghi anni, abbiamo dovuto fare i conti con la somatizzazione di tutto ciò, sia da un punto di vista fisico, ma soprattutto da un punto di vista psichico, perché certe esperienze, checché se ne dica, ti segnano per sempre, lasciandoti uno stato di depressione e di ansia permanente. Abbiamo dovuto fare i conti con il dolore per la perdita di una moglie e di una mamma,  che se ne è andata qualche mese fa, anche a causa dell’immenso dispiacere e della frustrazione per quanto stava accadendo alla nostra famiglia, senza aver avuto modo di poterle prospettare una conclusione positiva della vicenda. Una conclusione positiva che, tuttavia, di fronte alla tragedia societaria e soprattutto umana che ci ha toccato, resta comunque una magra consolazione.

Un doveroso e sincero ringraziamento va allo Studio legale Gebbia e Bortolotto di Torino, in particolare all’Avv. Carola Boggio Marzet, al nostro consulente, Ing. Domenico Savoca, e a tutti coloro che ci sono stati vicini in questo lungo e doloroso periodo».

(foto di repertorio)

 

 

 

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