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San Damiano d'Asti

Morte di Raffaele, il criminologo: "L'assenza di un colpevole non significa automaticamente suicidio"

Il dottor Fabrizio Pace, anche presidente di Penelope Piemonte, conosce bene il caso del suicidio sospetto e interviene con un'analisi da esperto

Raffaele Cotto

La morte di Raffaele Cotto, 29 anni, a San Damiano, continua a suscitare dubbi nella famiglia che non accetta la conclusione cui sono arrivati investigatori e Procura archiviando per suicidio. Fra pochi giorni ci sarà il primo anniversario della sua scomparsa e gli articoli usciti nelle scorse edizioni in cui il fratello Raffaele e il suo legale l’avvocato Avidano si chiedevano come mai non fossero stati fatti accertamenti tecnici (o almeno non ve ne fosse traccia nel fascicolo dell’archiviazione) non hanno fatto che rinfocolare i forti dubbi condivisi da amici, colleghi e molti sandamianesi che conoscevano il ragazzo. Sulla vicenda interviene anche il dottor Fabrizio Pace, criminologo, psicologo, psicoterapeuta e presidente di Penelope Piemonte.

Il testo integrale

Non basta non trovare un colpevole per chiamarlo suicidio.
La criminologia ricorda che il suicidio non è il punto di partenza di un’indagine, ma il suo ultimo possibile approdo, e comunque solo quando vi sono fonti di prova che lo sostengano.
Quando una morte viene classificata come suicidio si compie un passaggio molto delicato dal punto di vista investigativo. L’assenza di elementi che indichino il coinvolgimento di terzi non significa automaticamente che ci si trovi di fronte a un suicidio. L’azione suicidaria, infatti, presenta caratteristiche precise che riguardano la dinamica dei fatti, il contesto e la storia personale della vittima. Quando questi elementi non sono chiaramente accertabili, forse sarebbe più corretto riconoscere che non è stato possibile determinare con certezza la causa della morte. Accettare questa possibilità significa anche riconoscere che l’indagine umana può essere fallibile. È un atteggiamento più onesto sul piano scientifico rispetto al sostenere una tesi che, in assenza di riscontri adeguati, rischia di non avere un reale fondamento.
Negli ultimi anni si osserva una dinamica che merita una riflessione. In assenza di elementi immediatamente riconducibili a un omicidio o a responsabilità di terzi, alcune morti tendono a essere rapidamente ricondotte all’ipotesi suicidaria. Non si tratta di mettere in discussione il lavoro degli investigatori o della magistratura, che spesso operano in contesti complessi e con risorse limitate. Si tratta piuttosto di interrogarsi sul metodo.
La criminologia e le scienze forensi hanno sviluppato ad oggi, strumenti investigativi molto avanzati: analisi delle tracce biologiche, studio delle microtracce sulla scena, ricostruzioni delle dinamiche degli eventi, analisi dei dispositivi digitali e geolocalizzazioni telefoniche e molto altro. Tutti strumenti che servono proprio a ridurre il margine di errore nella ricostruzione dei fatti.
Non si tratta di stabilire se una morte sia suicidio oppure no. Si tratta di chiedersi se sia possibile affermarlo oltre ogni ragionevole dubbio quando quel dubbio non è stato esplorato fino in fondo.
Il dubbio, nel lavoro investigativo, è la condizione stessa dell’indagine. È ciò che spinge a verificare, a controllare, a non fermarsi all’unica spiegazione possibile, in assenza di chiaro coinvolgimento di terzi.
C’è poi un altro aspetto che raramente viene affrontato: il diritto di chi muore ad avere una verità sulla propria morte. Ogni persona ha diritto che la propria morte venga indagata con il massimo rigore possibile.
Il caso di Raffaele Cotto, che ha profondamente colpito la comunità di San Damiano, si colloca dentro questa riflessione. Non si tratta di sostenere verità alternative né di formulare accuse, ma di riconoscere che, quando restano domande senza risposta, il metodo scientifico suggerisce di approfondire e di non lasciare nulla di intentato.
Alcuni accertamenti potrebbero ancora essere fatti e non sembrano emergere motivi ragionevoli per non provarci.
È chiaro che anche il tema dei costi della giustizia debba essere considerato, ma il limite economico non può diventare una ragione sufficiente per rinunciare ad approfondire quando esistono strumenti investigativi che potrebbero contribuire a chiarire ciò che è accaduto. Perché nelle indagini sulle morti controverse vale una regola molto semplice: l’assenza di prove contro qualcuno non è, di per sé, una prova di suicidio.

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