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La storia

Santiago torna a Montafia sulle orme del nonno aviatore

Si è trasferito dall’Argentina nel paese che aiutò il nonno a smontare l’aereo precipitato in valle in meno di due ore

Non è mai troppo tardi per tornare alle origini e per rendere onore ad un nonno dalla storia importante.
I lettori de La Nuova Provincia ricorderanno il curioso episodio raccontato qualche edizione fa che riguardava l’atterraggio di fortuna di un aviatore di Montafia, Giuseppe “Pino” Robetto, nei campi del paese avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale. Rimasto senza carburante, era precipitato infilando la valle di fianco a Costafara e aveva concluso la sua corsa contro un albero. Sopravvivendo allo schianto. In due ore, l’aereo sul quale volava era stato completamente smontato dai montafiesi ognuno dei quali se ne era portato a casa un pezzo. E in molte case, ancora oggi, resistono questi polverosi cimeli di latta o parti di motore.
Fatto prigioniero dai partigiani, ebbe la vita salva perché venne inviato in un campo di lavoro in Germania dove, fra gli altri, era prigioniero suo fratello che fece ritorno a casa sano e salvo. Finita la guerra, i due fratelli si trasferirono in Argentina e fecero ritorno in Italia solo da defunti, sepolti nello splendido cimitero del paese.
Si pensava ad una “separazione” definitiva da Montafia ma non è così.
Proprio la pubblicazione dell’articolo ha fatto emergere una sorpresa: da qualche giorno, in una casa di Cortazzone ai confini con Montafia, vive Santiago Robetto, 29 anni, nipote di “Pino”.
Nato a Mar Del Plata, dove il nonno si era trasferito, laureato in fisioterapia, figlio di Ezio e cresciuto con sette tra fratelli e sorelle, Santiago ha fatto una scelta di vita molto precisa: lasciare l’Argentina per tornare a vivere a Montafia, là dove affondano le radici della sua famiglia.
Così, sull’onda dei racconti della dolcissima nonna Ester che aveva passato una vita con il suo “Pepito”, si è trasferito prima in Spagna, dove è stato due mesi e poi ha raggiunto l’Italia. «Qui mi sento a casa. Venire qui mi ha consentito di vivere tutto quello che mia nonna mi raccontava (e cucinava) del Piemonte. Ho trovato un’accoglienza straordinaria, come se davvero io fossi sempre vissuto a Montafia. A partire da Attilio e Lorenza che mi hanno dato casa all’impresario edile che mi ha dato lavoro. E tutti gli altri che, saputo che ero il nipote di Pino Robetto, si sono fatti in quattro per aiutarmi».
Santiago vuole vivere a Montafia. Il lavoro di muratore gli consente di vivere fino a quando non verrà riconosciuta anche in Italia la sua laurea da fisioterapista e poi spera di poter svolgere la sua professione sulle colline astigiane.
Ma cosa si sa in famiglia di quel nonno eroico?
«Poco, anzi pochissimo – risponde Santiago – Lui non parlava volentieri dell’Italia e delle sue imprese nell’aviazione dell’esercito sotto l’epoca fascista. Era un gran lavoratore: si alzava alle 4 di mattina per sorvolare i grandi campi coltivati con il suo aereo per le operazioni di irrorazione e tornava alla sera. Ha fatto fortuna e oggi mio padre gestisce un hotel costruito da lui e un parcheggio multipiano, mio zio ha ereditato la sua attività aerea mentre le zie gestiscono gli alloggi che ha lasciato.
La storia dell’aereo precipitato lo ha raccontato una sola volta, a mia nonna e poi mai più. Andando in Argentina ha proprio voltato pagina alla sua vita».
Per fortuna la moglie ha tramandato tutto quello che sapeva della loro vita prima dell’Argentina e i due figli, Ezio e Claudio, sono dei grandi appassionati di storia. Proprio Ezio raggiungerà a maggio il figlio Santiago a Montafia e, nell’occasione, intende raccogliere tutto il materiale e le testimonianze che riguardano il nonno per farne un libro.

Ester e Giuseppe Robetto in una foto d’epoca

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