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Cronaca Costigliole - San Damiano -

Asti, le difese del processo Barbarossa: «Nessuno immaginava fossero legati alla ‘ndrangheta»

Altre tre arringhe difensive. Quelle sulle posizioni Caruso, Gherlone e Giacosa

Uno dei detenuti in quarantena Covid fiduciaria

L’emergenza Covid entra anche nel processo Barbarossa che, nell’ultima udienza, ha dovuto attendere da Torino la firma della rinuncia a partecipare, seppur in videoconferenza, di uno degli imputati, Angelo Stambè, recluso al carcere di Torino. Questo perché tutta la sezione in cui sta scontando la custodia cautelare è in quarantena fiduciaria in quanto sono stati rilevati dei detenuti positivi e dunque tutti quelli venuti a contatti con loro non possono lasciare la cella.

Una volta ottenuta, l’udienza si è potuta tenere con le arringhe dei difensori di Sandro Caruso, Pierpaolo Gherlone e Mauro Giacosa.

«Nei guai solo per aver aiutato un amico anziano»

«Avremmo potuto scegliere la via dell’abbreviato – ha detto il difensore di Sandro Caruso, avvocato Alberto Masoero – ma ci saremmo privati la possibilità di sottoporre a Salvatore Stambè, il principale accusatore del mio cliente, le domande relative all’incontro con il ladro degli arnesi di un 90enne. E, a quelle domande, Stambè non ha saputo rispondere con precisione. Basta leggere le trascrizioni della sua testimonianza su questo punto: 10 pagine di totale confusione». E’ l’episodio intorno al quale si fonda l’accusa di estorsione, quella che vede Caruso insieme a Stambè sotto casa del ladro che sarebbe stato pesantemente minacciato di morte se non avesse restituito il maltolto.
«Peccato che Caruso si sia sì recato lì con Stambè, ma lo abbia fatto nel solo spirito di aiutare l’amico anziano a recuperare gli attrezzi rubati e che sia rimasto in auto mentre avveniva l’incontro fra il ladro e lo Stambè». Riprendendo così le stesse conclusioni del consulente tecnico di parte sull’analisi delle microspie che già all’epoca erano piazzate sull’auto di Stambè. Sull’accusa di rapina, il difensore si è associato alle conclusioni del pm che ne aveva chiesto l’assoluzione.

 

«Lontano da quel mondo, anzi, lui è un collaboratore»

 

Pierpaolo Gherlone non sapeva: non sapeva che Giuseppe Catarisano cui aveva ceduto le quote dell’Asti fosse legato alla ‘ndrangheta; non sapeva che avesse chiesto dei soldi in prestito a Rocco Zangrà; non sapeva che Zangrà fosse un referente di peso della ‘ndrangheta in Piemonte neppure quando Catarisano gli chiese di assumerlo mentre si trovava in libertà sorvegliata. E solo un anno dopo, quando Catarisano si presentò con Renato Macrì per convincerlo a saldare in debito ad interessi stratosferici, Gherlone si rese conto che l’uomo a cui aveva ceduto l’Asti era collegato alla malavita piemontese.
Questa, in estrema sintesi, la linea difensiva che l’avvocato Serse Zunino ha sviluppato davanti ai giudici nell’argomentare la richiesta di assoluzione con formula piena di Pierpaolo Gherlone, ex presidente dell’Asti, imputato per concorso esterno.
Ribadendo l’incompatibilità delle accuse mosse a Gherlone nel processo Barbarossa (di fiancheggiatore della ‘ndrangheta) con la sua contestuale condizione di collaboratore di polizia giudiziaria, negli stessi mesi, in merito al processo contro Renato Macrì nell’ambito dell’attività di usura della ‘ndrangheta in Piemonte.

L’avvocato Serse Zunino durante la sua arringa

 

Quell’onesto lavoratore e gli amici sbagliati

 

Una lunga premessa generale per smontare l’accusa dell’esistenza di una locale di ‘ndrangheta a Costigliole: così ha iniziato la sua arringa l’avvocato Scaramozzino difensore dell’imprenditore costigliolese Mauro Giacosa accusato di aver incaricato gli Stambè per il recupero di tre crediti a tre clienti cattivi pagatori.
«La pubblica accusa non ha dimostrato l’esistenza della locale astigiana: non c’è prova di affiliazioni, battesimi, riunioni per spartire obiettivi e ricavi, assegnazioni di doti. Certo – ha detto l’avvocato Scaramozzino – ci sono i reati ma quelli, da soli, non portano all’accusa di associazione di stampo mafioso».
Giacosa è stato definito una brava persona, gran lavoratore, un uomo che si è speso per il territorio, che ha accumulato forti crediti con tre clienti. Si è rivolto alla giustizia, ma non ha ottenuto nulla. E allora si rivolge agli Stambè ma non c’è prova, secondo il difensore, che fosse consapevole della caratura criminale dei soggetti cui si è incautamente rivolto. E ancora oggi tutti i suoi debitori devono pagarlo, uno è diventato amico degli Stambè e da un altro sono andati a chiedere i soldi due persone che Giacosa neppure conosce. Per lui ha chiesto l’assoluzione o, in subordine, la derubricazione da estorsione a esercizio arbitrario dei propri diritti.

Daniela Peira